La luce alla fine del giorno: storie di sopravvivenza nel clima estremo
Una mostra fotografica racconta le vite di chi ha perso tutto per il cambiamento climatico.

La mostra fotografica The Day May Break ha portato in Italia storie di sopravvivenza, di dolore e di resilienza. Tra le immagini esposte alle Gallerie d’Italia di Torino, si trovano volti di persone e animali colpiti dal cambiamento climatico, in Paesi che non hanno contribuito al problema. La mostra, che si svolge fino al 6 settembre, offre un’esperienza straniante: mentre la città piemontese affronta temperature “da bollino rosso”, i visitatori si muovono in refrigerio dell’aria condizionata, osservando scatti che raffigurano persone dall’altra parte del mondo sopravvissute finora alla crisi climatica.
Le storie di chi ha perso tutto
Kuda Ndima, una donna del Zimbabwe, ha perso il suo villaggio e tre figli durante le inondazioni provocate dal ciclone Idai nel marzo 2019. Da allora, vive in un campo profughi con suo marito e il loro unico figlio rimasto. La sua storia è una delle tante raccolte nel progetto fotografico The Day May Break, realizzato dal fotografo inglese Nick Brandt. «Molte persone erano ancora traumatizzate dai danni causati dai cambiamenti climatici alle loro vite e sono scoppiate in lacrime», racconta Brandt, ripercorrendo le sue esperienze in Kenya, Zimbabwe e Bolivia.
Le immagini ritraggono persone e animali che hanno visto il loro mondo scomparire a causa di siccità estreme o inondazioni che hanno distrutto le loro case, i campi e le risorse del loro sostentamento. In alcuni scatti, i corpi e i sguardi sembrano sovrapporsi, ma le loro storie sono sorprendentemente simili. In Fiji, dove il livello del mare cresce a un ritmo superiore rispetto alla media globale, Brandt ha dato voce a luoghi in cui la popolazione locale affronta il preludio della distruzione che il cambiamento climatico porta con sé.
Un’esperienza di distanza e connessione
La mostra ha anche incluso le famiglie siriane ritratte nel deserto del Wadi Rum, in Giordania, dove si sono rifugiate dopo aver lasciato la Siria a causa della guerra. Qui vivono in uno stato di costante sfollamento per via dell’aridità che li costringe a migrare in cerca di lavoro nei campi. Fotografati in cima a pile di scatole come rocce nel deserto, donne e uomini di solito invisibili, inascoltati e troppo spesso ridotti al ruolo esclusivo di persone oppresse hanno trovato spazio.
«Marooba ha detto che nella vita di tutti i giorni si sente come se non esistesse, ma durante il servizio fotografico diceva di sentirsi come se esistesse davvero», ricorda Brandt. Shaila ha detto che, mentre si trovava in cima alle scatole, ha pensato di avere una storia da raccontare. Kamal ha affermato che l’esperienza li ha fatti «sentire veramente umani, sentire di avere un valore». Quando gli è stato chiesto cosa vorrebbe che chi guarda le foto sapesse di loro, Kamal ha risposto: «Che capissero tutte le sfide che abbiamo affrontato, che nonostante tutte le difficoltà che abbiamo superato, siamo ancora qui».
«Per il semplice fatto di leggere queste parole, è probabile che viviate una vita relativamente agiata – dice Nick Brandt – La mia speranza è che possiate vedere queste persone e sentirle, percepire la loro lotta e la loro forza, qualcosa di emblematico di tutti quegli esseri, umani e animali, colpiti in modo drammatico e traumatico senza alcuna colpa», conclude Brandt, rafforzando l’importanza di una consapevolezza globale su un problema che colpisce le popolazioni più vulnerabili del pianeta.
