La resistenza del Libano si esprime anche attraverso il cinema: «Manteniamo viva la nostra terra»

Il cinema libanese diventa strumento di resistenza e memoria. Artisti raccontano la vita e la sofferenza del Paese.

Artisti libanesi raccontano la vita e la sofferenza del loro Paese attraverso il cinema
Artisti libanesi raccontano la vita e la sofferenza del loro Paese attraverso il cinema

Il cinema libanese si conferma uno strumento di resistenza e di memoria collettiva, in un Paese che vive una crisi profonda e una guerra senza fine. Le parole di artisti come Mounia Akl, Wissam Charaf e Lana Daher sottolineano come il cinema non solo racconti storie, ma anche mantenga viva l’identità e la resistenza del popolo libanese. «Il cinema è lo strumento principale che ho per documentare, raccontare e mantenere viva la mia terra», spiega Akl, regista e attrice. La sua esperienza, come protagonista del film A Sad and Beautiful World, mostra come la voglia di vivere e di amare sia una caratteristica specifica del popolo libanese, anche in un contesto di guerra e instabilità.

La resistenza culturale come forma di sopravvivenza

Il cinema libanese, spesso finanziato da produzioni internazionali, rappresenta una forma di resistenza culturale. «Non abbiamo una storia scritta condivisa», dice Lana Daher, artista multidisciplinare che ha realizzato il documentario Do You Love Me, basato su materiali d’archivio. «Spesso si dice che la storia la scrivono i vincitori, quindi, se non abbiamo una storia scritta, significa che non abbiamo alcun vincitore? Per quanto mi riguarda, finora abbiamo perso tutti. Però c’è un lato positivo: almeno non c’è un’unica versione imposta di ciò che è accaduto. Il cinema svolge un ruolo molto importante perché racconta tutte queste storie dando forma alla nostra memoria collettiva.»

La voce degli artisti e la mancanza di supporto

Wissam Charaf, regista e attore, racconta come il sistema di finanziamento del cinema libanese sia insufficiente. «È un vero peccato che non ci siano finanziamenti pubblici sufficienti – spiega – perché credo che il Libano sia il paese con il maggior numero di registi pro capite al mondo. Abbiamo tantissime storie da raccontare, un mix di dramma, felicità, bellezza e tristezza. È un Paese che ami odiare.» Charaf, nato nel 1973, ha sfuggito alla morte due volte: una a 9 anni con una trappola esplosiva destinata ad uccidere civili e l’altra durante l’esplosione del porto di Beirut nel 2020. «Ma anche durante la guerra ho ricordi belli, perché si continua a vivere, a innamorarsi e ad andare alle feste», dice. «Ho comunque scelto di restare. È una questione di dignità. Noi artisti siamo l’ultima difesa: per il resto del mondo rappresentiamo un’immagine civile che è più difficile da bombardare.»

La crisi finanziaria esplosa nel 2019 e il crollo della lira libanese hanno reso ancora più difficile guardare al futuro. «Non ho alcun controllo, né alcun potere. E ogni volta che succede qualcosa nel mio Paese, non c’è nessuno a proteggermi. Né il governo, né nessun altro. Nessuno ricostruisce le nostre case. Nessuno salva i nostri soldi dalle banche. Quindi come artista ho scelto di concentrarmi sulle storie che vengono ascoltate meno. Ma senza rappresentarci come vittime perché questo è il nostro modo di reagire e di lottare per qualcosa.»

La memoria civile e il potere delle voci

La memoria civile è un tema centrale per molti artisti libanesi. «La nostra esperienza di vita è molto più condivisa di quanto pensiamo», dice Lana Daher. «Piuttosto che litigare solo per proteggere un partito politico o un’opinione politica, dovremmo aprirci all’ascolto dell’altro. Siamo tutti d’accordo sul fatto che Israele ci stia invadendo, ma penso che dobbiamo anche vedere che i partiti politici non stanno funzionando bene.» Il documentario Do You Love Me ha registrato il sold out a Beirut, un segno di quanto la memoria e la cultura siano importanti per il popolo libanese. «La cosa più bella – spiega Daher – è stata riunire persone di ogni età e di opinioni politiche diverse, e farle sentire un po’ più connesse in un momento in cui la frammentazione è molto evidente.»