L’esplosione del Nord Stream: un sabotaggio orchestrato da ufficiali ucraini
L’esplosione del Nord Stream ha rivelato un sabotaggio orchestrato da ufficiali ucraini, con conseguenze economiche e ambientali devastanti.

Il 26 settembre 2022, il Mar Baltico ha registrato un evento drammatico che ha scosso l’opinione pubblica internazionale: l’esplosione del Nord Stream, il gasdotto sottomarino che forniva gas russo alla Germania. L’evento ha suscitato reazioni contrapposte, con i sostenitori dell’Ucraina che accusano il Cremlino e i sostenitori della Russia che parlano di complotto della NATO e della CIA. La verità, però, si è rivelata più complessa e sconcertante: il sabotaggio è stato orchestrato da ufficiali ucraini, con conseguenze economiche e ambientali devastanti.
Un progetto costoso e strategico
Il Nord Stream, costato venti miliardi di dollari e sviluppato in vent’anni, era un progetto geoeconomico di rilevante importanza. Progettato da Vladimir Putin, il gasdotto era stato studiato per alimentare l’industria tedesca, aggirando i Paesi dell’Est. Angela Merkel aveva difeso il progetto come una pura transazione d’affari, ignorando gli allarmi di Varsavia, Londra, Kiev e Washington. Quando i carri armati russi varcavano il confine ucraino nel febbraio 2022, la Germania dipendeva per oltre metà del suo fabbisogno dal gas russo. La macchina bellica di Mosca continuava a incassare miliardi europei, mentre Putin chiudeva e apreva i rubinetti adducendo pretesti tecnici per ricattare l’Occidente. La distruzione del Nord Stream ha causato la più vasta nube di gas serra mai provocata dall’uomo. Il gasdotto era l’arteria energetica più importante dell’era contemporanea, e la sua scomparsa ha avuto conseguenze economiche e ambientali devastanti. La verità è assai meno gloriosa e molto più sfrontata.
Un sabotaggio senza traccia
Dopo l’esplosione, le spiegazioni oscillavano tra l’assurdo e il romanzesco. Mentre la CIA e la NATO cercavano di trovare un colpevole, la verità si rivelò meno gloriosa e molto più sfrontata. A pianificare la distruzione del gigante sottomarino non era una superpotenza, ma un manipolo di ufficiali dell’intelligence ucraina che combattevano la loro guerra ombra dal 2014. Nelle ore disperate della battaglia di Kiev, questi agenti individuavano i nodi vitali delle entrate energetiche nemiche e arruolavano tre subacquei tecnici civili capaci di calarsi oltre gli ottanta metri di profondità, una competenza introvabile nei ranghi dell’esercito regolare.
Con un budget complessivo di 300mila dollari — l’equivalente del costo di qualche automobile di lusso — sei persone cancellarono un’infrastruttura da venti miliardi. L’intelligence militare olandese scoprì in anticipo il complotto e allertò la CIA; il direttore William Burns ordinò di fermare l’incursione, gli ucraini rinviarono l’operazione per un paio di mesi, poi agirono di propria iniziativa. Di fronte a servizi segreti alleati che alzavano le spalle — nessuno a Bruxelles o a Varsavia piangeva la morte del gasdotto —, gli investigatori tedeschi si ritrovarono isolati. Non avevano profili genetici, non avevano impronte, non avevano confessioni. Sapevano solo da quale porto turistico era salpata la barca.
Il presunto coordinatore, capitano dei corpi scelti, fu bloccato in Italia durante una vacanza e consegnato alla Germania. Decidendo di esaminare i fotogrammi degli autovelox posti lungo le due uniche arterie d’accesso, celebri per il rigore dei limiti di velocità, gli investigatori tedeschi trovarono un’auto con targa ucraina. Un software di riconoscimento facciale scaricato da internet fece il resto: il volto apparteneva a un noto istruttore subacqueo di Kiev. Mappando la sua cerchia, frugando nei video girati per caso dagli smartphone dei villeggianti e ricostruendo i movimenti bancari, la polizia federale emise sette mandati di cattura. Un secondo complice finì in manette in Croazia, persino reclutato come consulente sul set cinematografico di Sean Penn.
L’epilogo si spostò nell’austera aula dell’Alta Corte Anseatica di Amburgo, dove il 14 ottobre si svolse una tragedia concettuale. Da una parte gli accusati rivendicavano la legittimità dell’azione bellica contro il cuore finanziario dell’invasore, invocando l’immunità dei combattenti. Dall’altra, la procura tedesca rovesciò il tavolo e contestò ai “combattenti” il crimine di guerra: il metanodotto riforniva la popolazione civile, era lontano dal teatro delle ostilità e chi aveva posato le cariche indossava abiti borghesi. È il trionfo della forma giudiziaria tedesca, cieca alle convenienze politiche.
