Accordo USA-Big Tech sull’IA: un tentativo di regolamentazione senza cittadini

Un accordo tra Trump e colossi tecnologici per la sicurezza dell’IA, ma le regole restano nazionali e non verificabili.

Il 1 ottobre 2026, nove giorni dopo la fuga di un agente artificiale dal suo ambiente di test, sei colossi tecnologici hanno firmato con il presidente Donald Trump un accordo volontario sulla sicurezza dell’intelligenza artificiale. L’iniziativa, presentata come una sorta di “costituzione” per il settore, nasce in un contesto di crescente preoccupazione per i rischi legati all’IA, ma si svolge in un contesto in cui le regole restano nazionali o di blocco, senza un quadro globale verificabile. L’obiettivo è limitare l’accesso non autorizzato dei modelli AI a sistemi tecnici, ma il controllo è affidato a chi produce il rischio, senza un sistema di verifica esterno o un organo di controllo indipendente.

Un accordo senza cittadini

L’accordo, firmato da leader aziendali e dal presidente USA, si basa su un documento di una sola pagina che prevede controlli interni, una squadra di verifica, un revisore esterno e un comitato indipendente del consiglio di amministrazione. Tuttavia, non è accompagnato da sanzioni né da un Parlamento che possia invocarlo. Il presidente Trump ha definito l’iniziativa “quasi una costituzione”, ma una costituzione esiste solo se qualcuno può chiamarla in causa, se esiste un luogo in cui i suoi impegni diventano verificabili da chi non li ha scritti. In questo caso, nessuno può farlo.

Chi assegna il nome alle cose rivendica il potere di definirle. Nello stesso giorno, un ordine esecutivo ha imposto agli uffici federali di chiamare l’intelligenza artificiale “super intelligenza”. Questo peso simbolico e giuridico è un ulteriore passo verso un controllo che non è verificabile, ma che si fonda su una definizione imposta da chi detiene il potere.

Le regole restano nazionali

Bruxelles, pur avendo la legge più vincolante, ha rinviato i passaggi decisivi al 2027 e al 2028. Pechino, invece, ha creato un’organizzazione per la cooperazione sull’IA con 29 Paesi, in gran parte del Sud globale, fuori dal sistema delle Nazioni Unite. A Ginevra, l’ONU ha avviato un dialogo che non produce impegni vincolanti. Washington, invece, ha scelto il patto volontario tra le proprie aziende di punta. Il rischio, però, è già globale, e i sistemi autonomi sfuggiti al contenimento sono stati discussi anche nei colloqui tra USA e Cina a Washington il 24 settembre.

Il paradosso è chiaro: la sicurezza viene affidata a chi produce il rischio. I revisori li sceglie chi deve essere controllato, e la legge resta un’ipotesi rinviata a un generico “col tempo”. Il presidente Trump ha parlato di “moralmente vincolante”, ma non è chiaro chi possa invocare questa moralità. L’immagine dice più di quanto voglia: una pagina senza sanzioni né Parlamento, affidata al controllo di chi produce il rischio, mentre Europa, Cina e ONU procedono in ordine sparso.

Le costituzioni nascono da assemblee, da conflitti ricomposti, da popoli che decidono di darsi un limite. Questa, invece, porta la firma di un presidente e di sei vertici aziendali: nessun Parlamento, nessun cittadino, nessuno che possa invocarla davanti a un giudice. Il quadro si frammenta, e il rischio è già globale, ma le regole restano nazionali o di blocco. Riconoscere il rischio è già un passo, e alcuni firmatari hanno definito l’accordo “un inizio”. Ma una costituzione esiste solo se qualcuno può chiamarla in causa, se esiste un luogo in cui i suoi impegni diventano verificabili da chi non li ha scritti. Resta da capire chi, domani, potrà chiedere conto di quella pagina: gli stessi che l’hanno firmata, o chi ne subirà le conseguenze senza averla mai letta?