La leadership femminile non basta a risolvere le disuguaglianze di genere in Italia
L’Italia registra un basso tasso di occupazione femminile e un governo con poche donne, nonostante la leadership di una donna.

La prima donna presidente si dimentica di tutte le altre. Non basta essere la prima presidente del Consiglio per fare politiche a favore delle donne e promuovere i loro diritti. È quanto sostengono movimenti femministi e associazioni attive nel contrasto alla violenza maschile contro le donne, che segnalano un quadro di disuguaglianze persistenti e una mancanza di azioni concrete per ridurne le conseguenze. Quattro anni dopo la sua elezione, l’Italia si colloca tra i paesi europei con il più basso tasso di occupazione femminile, dove non esiste il congedo parentale paritario e meno di un imprenditore su tre è donna, secondo i dati Istat. Il governo, composto da sei donne su 24 ministri, non ha adottato misure significative per promuovere la parità di genere, nonostante le dichiarazioni di principio.
Disuguaglianze di genere e potere economico
Il potere economico, in mano per l’88,8 per cento agli uomini, a fronte dell’11,2 per cento delle donne, conferma una situazione di squilibrio strutturale. Il governo, pur avendo introdotto il concetto di “natalità” in un ministero, non ha portato avanti politiche di welfare per favorirla. Il taglio di 193 milioni di euro destinati all’apertura di nidi nei territori in cui mancano, come rivelato da Domani, ha ridotto la possibilità di accesso a servizi essenziali per le famiglie. La frequenza dei posti autorizzati, che nel 2023/2024 è stata di 378.500, rimane ben al di sotto del target europeo, rendendo lontano il raggiungimento degli obiettivi fissati per il 2030.
La difficoltà per le donne di raggiungere posizioni apicali è sistemica, come emerge dal report “Sesso è Potere” del 2025, che conferma che il potere politico è nelle mani per il 65 per cento degli uomini e per il 35 per cento delle donne. Il governo «rimane ancora largamente in mano agli uomini». Il successo di una singola donna non significa necessariamente un avanzamento per tutte. E annunciare riforme in occasione di giornate internazionali non significa considerare la riduzione delle disuguaglianze di genere una priorità.
Politiche di genere e violenza
La presidente del Consiglio ha sempre parlato del contrasto alla violenza di genere come una priorità, ma l’esecutivo ha agito quasi esclusivamente sul piano repressivo, aumentando le pene e i reati senza adottare misure preventive. L’azione punitiva, richiesta dalla Convenzione di Istanbul, agisce solo a fatto compiuto, senza interventi di protezione e prevenzione. Azioni che, però, non sono state intraprese dall’esecutivo che ha approvato il Piano antiviolenza per il triennio 2025-2027 con grande ritardo e senza l’«efficace cooperazione» con associazioni attive nel contrasto alla violenza.
La carenza delle case rifugio, l’assenza di un adeguato finanziamento ai centri antiviolenza e lo stato dei servizi per la salute sessuale e riproduttiva, che vede ancora inaccessibile in molti territori il diritto all’interruzione volontaria di gravidanza, mostrano le reali politiche a sfavore delle donne. L’eliminazione del concetto di consenso nel reato di violenza sessuale e la mancanza di interventi mirati hanno reso più difficile la protezione delle donne. Non basta essere la prima presidente del Consiglio per fare politiche a favore delle donne e promuovere i loro diritti.
Il governo ha anche eliminato Opzione donna, complicando la possibilità di accedere alla pensione anticipata per le lavoratrici, pensata anche per riconoscere il lavoro di cura che, ricorda l’Istat, è ancora largamente sbilanciato sulle donne. La leadership femminile, pur significativa, non basta a risolvere un sistema che non si adatta alle esigenze delle donne.
