Soldati USA morti in Iran superano le 22: il Washington Post rivela dati non ufficiali
Il Washington Post rivela che i soldati Usa morti in Iran sono almeno 22, superando le 18 comunicate ufficialmente.
Il Washington Post ha rivelato che il numero dei soldati USA morti in Iran è superiore a quanto ufficialmente ammesso dal Pentagono. Secondo sei funzionari a conoscenza dei dati interni del dipartimento della Difesa, il numero delle vittime risulta almeno 22, contro le 18 comunicate ufficialmente. La notizia, che ha suscitato grande interesse, mette in luce le complessità e le ambiguità nella gestione delle operazioni militari in Medio Oriente.
Un numero di vittime non confermato
Il sistema di classificazione delle vittime alimenta ulteriori ambiguità. I decessi sono registrati in diverse categorie: 14 sotto l’operazione Epic Fury, nome scelto dall’amministrazione Trump per la guerra contro l’Iran, e altri quattro in una categoria separata denominata Overseas Operations, riferita al periodo successivo al cessate il fuoco di luglio tra Washington e Teheran, poi collassato con la ripresa degli attacchi.
Le vittime non sono sempre direttamente collegate al conflitto.
Alcuni decessi non sono riflessi nel database ufficiale del Pentagono. Tra questi, il sergente Devin Seibel, morto il 31 maggio a Irbil, in Iraq, in un incidente durante un addestramento nell’ambito dell’operazione Inherent Resolve contro lo Stato islamico, e il maggiore Sorffly Davius, deceduto il 6 marzo in Kuwait per un’emergenza medica non specificata mentre era impegnato nell’operazione Spartan Shield. Non è chiaro se la sua morte sia collegata a un attacco iraniano.
Costi elevati e preoccupazioni per la sicurezza nazionale
Secondo un documento esaminato dal Washington Post, il Comando centrale USA (CentCom) ha stimato in circa 43,6 miliardi di dollari il costo della guerra fino a inizio settembre, di cui 28 miliardi in munizioni impiegate, senza contare i danni alle basi statunitensi. Diversi alti ufficiali militari avrebbero avvertito il segretario alla Difesa Pete Hegseth che prolungare le operazioni su larga scala contro l’Iran non è sostenibile e rischia di indebolire la capacità di affrontare altre minacce, compresa quella al territorio nazionale.
Le operazioni rischiano di indebolire la difesa nazionale.
Il Pentagono ha confermato che, da febbraio, altri due militari sono morti in Medio Oriente in missioni non legate alla guerra contro l’Iran, in basi colpite da forze iraniane. Secondo il database Dcas, il conflitto ha causato oltre 820 feriti tra le forze USA, molti dei quali con trauma cranico a seguito di contrattacchi iraniani contro le basi americane nella regione.
Un impatto politico crescente
Sul piano politico, la guerra è diventata un elemento di difficoltà per il presidente Donald Trump e il partito repubblicano in vista delle elezioni di metà mandato di novembre. Secondo un sondaggio recente, solo il 28% degli americani approva la gestione della crisi iraniana da parte di Trump, contro il 62% che la disapprova. Martedì un numero record di sette parlamentari repubblicani ha votato insieme ai democratici alla Camera per approvare una misura, perlopiù simbolica, volta a fermare la guerra.
La guerra ha diviso l’opinione pubblica e il Congresso.
Il deputato repubblicano Thomas Massie ha inoltre avviato un tentativo di forzare un voto alla Camera per l’impeachment di Hegseth, accusandolo di aver violato il War Powers Resolution del 1973 conducendo ostilità senza l’autorizzazione del Congresso. I senatori democratici hanno annunciato l’intenzione di indagare sulla gestione delle notifiche di vittime da parte del Pentagono se dovessero riconquistare la maggioranza dopo il voto di metà mandato a novembre.
