Un ritratto di Fernanda Wittgens che riscrive il racconto delle donne

Un film che riscrive la storia di una donna dimenticata, tra arte, potere e memoria.

Una donna dimenticata, un film che riscrive la sua storia, arte e potere
Una donna dimenticata, un film che riscrive la sua storia, arte e potere

Fernanda Wittgens, una figura dimenticata ma di enorme importanza, è al centro del film Anatomia di un ritratto, presentato durante l’83ª Mostra del Cinema di Venezia. La sua vita, segnata da coraggio, resistenza e un’idea di museo radicalmente diversa, è raccontata attraverso un’esperienza di co-creazione tra due donne, Sara Drago e Giovanna Ginex, che mettono in scena una storia che non è solo di una donna, ma di un’intera generazione. La sua storia, interrotta e rimossa dalla memoria collettiva, è riconquistata attraverso un processo di riscrittura che non si limita a ricostruire il passato, ma lo riconnette al presente.

Un’arte di raccontare sé stessi

La vita di Fernanda Wittgens, direttrice della Pinacoteca di Brera nel pieno ventennio fascista, è un esempio di resistenza e coraggio. Nella sua carica, salvò opere d’arte dai bombardamenti, aiutò ebrei e perseguitati politici a fuggire, e fu incarcerata per il suo antifascismo. Dopo la Liberazione, ricostruì il museo e lo trasformò in un luogo accessibile e popolare, un’idea di museo non neutrale e schierata. La sua figura, però, fu rimossa dalla memoria collettiva, una sorte toccata a molte donne che la storiografia ufficiale non ha saputo celebrare.

Il film Anatomia di un ritratto parte proprio da questa rimozione, costruendo un dispositivo che mescola documentario, ricostruzione d’archivio e messa in scena, fino a rendere difficile distinguere dove finisca la ricerca storica e dove cominci l’invenzione. Non è un caso che i registi stessi abbiano parlato del film come di «un requiem per il biopic tradizionale», più interessati al senso che quella vita può avere oggi che alla sua ricostruzione filologica.

Un dialogo tra passato e presente

Al centro del film c’è il dialogo tra Sara Drago e Giovanna Ginex, due donne che si confrontano con la figura di Wittgens attraverso le sue lettere e il suo diario. Drago non si limita a interpretare le lettere, ma le incarna totalmente, riscrivendole nel corpo e nella voce. Il processo di interpretazione è visibile, mostrato dietro le quinte, fino allo sfinimento, o fino a quando il privato delle due donne invade inevitabilmente la storia di Wittgens e viceversa.

Il risultato è un gioco di specchi in cui Fernanda si riflette tanto nell’interprete quanto nella studiosa, e in cui entrambe, riflettendosi in lei, finiscono per interrogare la propria posizione nel mondo presente. La scelta di cedere la parola e il corpo a due donne, spostando il centro autoriale fuori da sé, è un gesto di sottrazione più che di appropriazione. Questo rovescia la logica dello sguardo maschile, mettendo in scena la propria stessa incertezza su chi abbia diritto di raccontare chi. Il film non si limita a raccontare una vita, ma si interroga sul senso contemporaneo di una storia che ha radici nel fascismo e arriva fino a oggi, quando le direzioni dei grandi musei italiani continuano a essere, in gran parte, appannaggio maschile. La sua forma è un’assenza quasi programmatica, quella che circonda la prima donna a dirigere un museo statale in Italia.

Il film Anatomia di un ritratto è un esempio di come il cinema possa riscrivere la storia, non solo di una donna, ma di un’intera prospettiva. Non è un biopic tradizionale, ma un’esperienza di co-creazione che mette in scena la complessità di un passato dimenticato e la sua rilevanza nel presente. La sua forma, il suo linguaggio, il suo senso di agenzia, sono una risposta a una domanda che non è solo di storia, ma di potere, di memoria e di identità.