Moschea in fiamme a Nablus: violenze dei coloni e condanna di Huckabee
Violenze dei coloni in Cisgiordania: moschea in fiamme a Nablus e condanna di Huckabee.

Una moschea è stata attaccata e in fiamme a Bazariya, un villaggio vicino a Nablus, nella Cisgiordania occupata. L’episodio, avvenuto verso le tre di notte, è stato reso noto da residenti locali che hanno raccontato come un gruppo di coloni mascherati abbia tentato di forzare la porta dell’edificio religioso senza riuscirvi, e quindi abbia dato fuoco all’ingresso. I residenti sono riusciti a spegnere le fiamme in tempo, evitando danni più gravi. L’attacco, pur non nuovo nella regione, ha suscitato reazioni internazionali e domestiche, con un’esplicita condanna da parte dell’ambasciatore statunitense in Israele, Michael Huckabee.
Violenze dei coloni e condanna di Huckabee
La scena dell’attacco ha visto i coloni aggiungere una scritta razzista sulla facciata dell’edificio: «Huckabee, saluti dai terroristi», una risposta diretta alle parole dell’ambasciatore americano che, il mese scorso, aveva definito «terroristi israeliani» i coloni che assediavano le case nel villaggio di Qusra. Le parole di Huckabee rappresentano una condanna senza precedenti per un ambasciatore statunitense in Israele. Tuttavia, l’ambasciatore è noto per essere un sostenitore degli insediamenti israeliani, un tema che ha sempre contraddistinto la sua posizione.
Occupazione e quotidianità della violenza
Bazariya vive da anni sotto assedio da parte dei coloni, circondata da avamposti e fattorie che limitano la vita dei palestinesi. L’attacco alla moschea non è un episodio isolato, ma parte di una quotidianità di violenza e occupazione. A luglio, due moschee erano state bruciate nello stesso area, e secondo i dati dell’Ong Tag Meir, gli attacchi contro le moschee in Cisgiordania sono aumentati, con undici episodi registrati dal mese di giugno, la maggior parte nella zona di Nablus. L’occupazione restringe tempo e spazio, creando un ambiente in cui la violenza si fa quotidiana.
La protezione e la connivenza dell’esercito israeliano, che controlla quasi ogni aspetto della vita in Cisgiordania, permettono ai coloni di agire con impunità. La polizia israeliana e l’Idf hanno arrestato otto persone nell’attacco a Bazariya, tra cui alcuni coinvolti in altre violenze. Tuttavia, i dati raccolti dall’Ong Yesh Din mostrano che circa il 94% dei casi di violenza da parte dei coloni si conclude senza un atto d’accusa, a causa di difficoltà nell’identificare i responsabili o nel raccogliere prove. Questo dato conferma l’impunità di cui godono i coloni, che si sentono al sicuro grazie al sostegno del governo israeliano.
La situazione si complica ulteriormente con l’escalation degli attacchi, che, secondo l’Ocha, ha registrato più di 1.330 episodi da gennaio a luglio, con una media di sei attacchi al giorno. Questo ritmo è il più alto da due decenni. Al tempo stesso, il primo ministro Netanyahu si prepara alle elezioni di fine ottobre, definendo i coloni violenti come «un piccolo gruppo di estremisti». La realtà, però, è diversa: i numeri testimoniano una realtà di violenza quotidiana, con i coloni che agiscono con crescente impunità, supportati da una politica che li protegge.
«Qui esistere significa resistere», ha detto un residente, sintetizzando la situazione di una popolazione che vive sotto il peso dell’occupazione e della violenza. L’attacco alla moschea di Bazariya è un simbolo di una quotidianità di violenza, che si intensifica con l’escalation degli attacchi e la mancanza di risposte efficaci da parte delle autorità israeliane. La situazione, pur non nuova, si fa sempre più preoccupante, con i coloni che agiscono con crescente impunità, supportati da una politica che li protegge.
