La guerra si vede nel cimitero di Odessa
Un reportage sull’Ucraina in guerra, tra bombe e normalità, con un focus su Odessa e i cimiteri militari.

La guerra comincia a essere vista prima di essere vissuta
Attraversando il confine tra Moldavia e Ucraina, la guerra comincia ad essere vista prima di essere vissuta. Un camion rovesciato, una casa abbandonata, i controlli alla frontiera, i primi corpi segnati dal conflitto: questi dettagli, sparsi lungo la strada, raccontano una realtà che non è ancora pienamente percepita. La guerra non è solo ciò che esplode, ma anche ciò che rimane dopo l’esplosione. È il posto vuoto lasciato da un uomo a tavola, una fotografia sulla lapide, una bandiera piantata nella terra.
La normalità convive con la guerra
La strada verso Odessa attraversa un paesaggio che, almeno a prima vista, non sembra quello di un Paese in guerra. Le automobili continuano a viaggiare, la gente si sposta, la vita procede secondo il suo ritmo. Ma bastano pochi dettagli per incrinare quella normalità. Un camion ribaltato, qualche casa abbandonata o danneggiata. Segni che, presi singolarmente, potrebbero appartenere a qualsiasi periferia dell’Europa orientale. Qui, però, acquistano un significato diverso. La guerra si intuisce, ma ancora non si vede.
La guerra non cancella la vita. L’ha costretta a cambiare forma.
A Odessa questa contraddizione diventa ancora più evidente. La città continua a vivere. Ma vivere qui non è più così semplice. “Non è così facile abitare oggi a Odessa”, racconta mons. Stanislav Šyrokoradjuk, vescovo di Odessa-Sinferopoli. “Ci sono tantissimi allarmi, di notte e di giorno, e ci sono bombardamenti. Ma, nonostante tutto, noi viviamo. Facciamo tutto ciò che è possibile e andiamo avanti”.
Un volto non è una statistica. Un nome non è una cifra.
Il Western Cemetery è uno dei più grandi cimiteri di Odessa. Qui la guerra non è più un fatto raccontato, ma una presenza concreta. Le tombe dei militari cambiano completamente il paesaggio. Le file si susseguono. Centinaia di bandiere ucraine accompagnano le sepolture. Sulle lapidi compaiono fotografie, nomi, volti, fiori, alcuni appassiti, altri sparsi dal vento. Giovani uomini immortalati prima che la guerra interrompesse le loro vite. Date di nascita e di morte troppo vicine tra loro.
La scelta di cominciare il viaggio da questo luogo non è casuale. A Odessa la memoria dei morti convive ogni giorno con la necessità di continuare a vivere. La visita degli operatori e degli attivisti di pace del Mean – Movimento europeo di azione nonviolenta, arrivati a Odessa in questi giorni, viene accolta dal vescovo come un segno di vicinanza e di speranza. La speranza, qui, non ha nulla di astratto. Passa attraverso una città sottoposta agli allarmi e ai bombardamenti. Passa attraverso le famiglie dei caduti. Passa attraverso chi è tornato dal fronte con il corpo ferito. Passa attraverso le tombe. E passa attraverso la preghiera.
La strada dalla frontiera a Odessa racconta così una trasformazione quasi impercettibile. All’inizio non c’è nulla che obblighi a pensare alla guerra. Poi qualcosa cambia. Un camion rovesciato. Una casa abbandonata. Un controllo. Un corpo mutilato. Gli allarmi. I segni dei bombardamenti. Infine, le tombe. È un viaggio nel quale la guerra emerge lentamente, quasi fosse nascosta dietro il paesaggio. Fino a quando non si arriva al cimitero. Lì non è più possibile intuirla. La si vede. E forse è proprio allora che si comprende ciò che significa vivere in Ucraina.
