Card. Pizzaballa: “La sfida del dopo guerra è uscire dal ruolo di vittime”

Patriarca latino di Gerusalemme chiude il Meeting Rimini con riflessioni su guerra, memoria e riconciliazione.

Patriarca latino di Gerusalemme parla di guerra, memoria e riconciliazione durante il Meeting Rimini
Patriarca latino di Gerusalemme parla di guerra, memoria e riconciliazione durante il Meeting Rimini

Il patriarca latino di Gerusalemme, cardinale Pierbattista Pizzaballa, ha concluso il Meeting Rimini con un intervento che ha messo al centro la riflessione sul dopo guerra, sottolineando l’importanza di uscire dal ruolo di vittime e ripartire da un’identità umana e condivisa. Il discorso, tenuto il 27 agosto 2026, ha toccato temi come la memoria, il perdono, la responsabilità delle istituzioni e la necessità di costruire ponti tra le comunità. Pizzaballa ha sottolineato come la guerra non solo abbia lasciato ferite profonde, ma abbia anche modificato il modo di guardare l’altro, spesso riducendolo a una categoria o a un nemico.

La sfida del dopo guerra: uscire dal ruolo di vittime

Il patriarca ha sottolineato come la Terra Santa, in particolare Gerusalemme, sia un luogo in cui convivono sofferenze, paure e diffidenze crescenti. “Le istituzioni appaiono spesso incapaci di costruire ponti”, ha osservato, riferendosi a una realtà in cui la politica non è soltanto l’azione di chi governa, ma anche la qualità delle relazioni all’interno delle comunità. Per questo, ha sottolineato, non si può delegare tutto alla politica. La politica non è soltanto l’azione di chi governa. È anche la qualità delle relazioni che esistono all’interno delle comunità.

Un tema centrale del discorso è stato la memoria. Pizzaballa ha parlato di “purificazione della memoria” come strumento per costruire un futuro diverso. “Purificare la memoria non significa dimenticare il passato”, ha chiarito. “Al contrario: significa custodirlo senza permettere che diventi la misura unica con cui leggere il presente e costruire il futuro”. Ha sottolineato come in Terra Santa convivano narrazioni storiche diverse e spesso contrapposte, ma che almeno devono essere riconosciute. “Riconoscere la storia dell’altro significa riconoscere che l’altro esiste”, ha aggiunto.

La speranza non è ingenuo ottimismo

Pizzaballa ha parlato di speranza, ma ha chiarito che non si tratta di un “ingenuo ottimismo”. “Parlare di speranza oggi, in un contesto così lacerato e carico di odio e di rancore, può sembrare quasi fuori luogo”, ha detto. “La speranza è la coscienza di non essere soli. È un modo di guardare la realtà che nasce dalla fede e dalla consapevolezza di una presenza che accompagna la vita”. Ha anche ricordato un episodio significativo: l’incontro con circa 600 studenti dell’Università Al-Azhar di Gaza. “Mi aspettavo domande politiche e invece mi hanno chiesto della fede, delle relazioni, della vita”, ha raccontato. Erano ragazzi che avevano perso la casa, che avevano avuto morti in famiglia e che volevano dire una cosa molto semplice: basta con la violenza.

Concludendo, Pizzaballa ha sottolineato che la Terra Santa non può restare prigioniera delle proprie paure. “Le porte devono restare aperte. Sempre. Soltanto così potrà nascere una pace che non sia semplice assenza di guerra, ma riconoscimento reciproco dell’umanità dell’altro”, ha detto. Il discorso, quindi, è stato un invito a guardare al futuro con la consapevolezza che la riconciliazione non è un traguardo, ma un processo che richiede responsabilità, memoria e incontro.