Dieci anni di Non Una di Meno: il dibattito si è mosso, ma la violenza resta strutturale

Dieci anni di movimento per combattere la violenza maschile. La violenza sulle donne rimane una dimensione strutturale della società.

Manifestazione contro la violenza maschile, donne e attivisti si riuniscono in piazza, scritte e striscioni con il simbolo del movimento transfemminista
Manifestazione contro la violenza maschile, donne e attivisti si riuniscono in piazza, scritte e striscioni con il simbolo del movimento transfemminista

Dieci anni dopo l’uccisione di Sara Di Pietrantonio, il dibattito pubblico sulla violenza maschile ha subito un cambiamento, ma la struttura sociale che permette la violenza sulle donne rimane intatta. Il femminicidio, purtroppo, continua a essere una realtà quotidiana: una donna viene uccisa ogni tre giorni in Italia. Il movimento transfemminista Non Una di Meno (Nudm), nato proprio in seguito al dramma di Sara, ha segnato un punto di svolta nella lotta per la parità e la sicurezza delle donne. La rabbia, però, non è mai scomparsa, né lo è il desiderio di riprendersi ciò che è stato tolto.

La violenza non è un incidente, è una dimensione strutturale

«La violenza sulle donne non è una fragilità, ma una dimensione strutturale della società», afferma Carlotta Cossutta, ricercatrice di Filosofia politica e membro fondatore del movimento Nudm. La ricercatrice sottolinea come la soluzione punitiva non possa essere la più efficace, poiché la violenza non nasce solo da un’educazione manchevole, ma da condizioni materiali che agiscono sulle vite delle donne. «La parità non può essere strumentalizzata per fare politica, ma deve essere un diritto concreto», spiega Cossutta. Il movimento Nudm è nato dopo il femminicidio di Sara Di Pietrantonio, ventidue anni, strangolata e data alle fiamme dall’ex ragazzo. Il caso ha segnato un punto di non ritorno, spingendo gruppi e collettivi a organizzarsi e a riunirsi in una grande assemblea, sfociata nella prima manifestazione nazionale contro la violenza maschile sistemica, il 26 novembre 2016. «Solo dopo il femminicidio la paura delle donne diventa credibile», dice Cossutta.

Un dibattito in movimento, ma istituzioni ferme

Nonostante i numeri siano rimasti costanti, la percezione sociale della violenza si è modificata. Il termine «femminicidio» è entrato nel vocabolario quotidiano, e il dibattito pubblico ha iniziato a spostarsi verso una comprensione più profonda del fenomeno. «La violenza non è un raptus, ma un percorso che inizia molto prima», dice Cossutta, riferendosi all’aumento delle telefonate al numero 1522 e all’abbassamento dell’età di accesso ai centri antiviolenza.

«I centri antiviolenza non sono solo luoghi di aiuto, ma luoghi politici», spiega Cossutta. «Non possono essere gestiti chiunque, ma devono essere sostenuti da politiche concrete e finanziamenti adeguati». La ricercatrice sottolinea come la prevenzione della violenza passi attraverso la garanzia di parità di reddito, autonomia economica e accesso a una vita indipendente per le donne. La violenza sulle donne, infatti, non è solo un problema individuale, ma un problema strutturale che richiede una risposta collettiva. «Le istituzioni non hanno cambiato la struttura sociale che permette la violenza», afferma la ricercatrice. «Non mi riferisco tanto agli atti legislativi, quanto all’idea che la violenza si prevenga con un cambiamento strutturale della società».

Accanto alla rabbia, però, deve mantenersi vivo anche il desiderio: «Per quello che ci è stato tolto, ma che vogliamo riprenderci». Il movimento Nudm, nato in seguito al femminicidio di Sara Di Pietrantonio, ha portato una luce nuova sul tema della violenza maschile. La manifestazione del 26 novembre 2016, la prima grande assemblea nazionale contro la violenza sistemica, ha segnato un punto di svolta. «Non si tratta di ritualità, ma di un riconoscimento del momento come luogo politico», spiega Cossutta.

Dieci anni dopo, il movimento continua a crescere, anche se la violenza non si è fermata. «Il patriarcato uccide ovunque e in ogni classe sociale», afferma Cossutta. Il numero dei femminicidi nel 2025 è stato di 84, con 7 morti indotte. La strada è lunga, ma il dibattito pubblico ha iniziato a muoversi. La parità, però, non è ancora un diritto concreto, ma un obiettivo che le donne continuano a lottare per riprendersi.

La violenza non è un incidente, ma una dimensione strutturale della società.

La parità non può essere strumentalizzata, ma deve essere un diritto concreto.