Il terremoto di Amatrice dieci anni dopo: il futuro non si vede ancora
Dieci anni dopo il sisma, la ricostruzione in Amatrice si blocca. Solo il 33,6% dei progetti ha iniziato i lavori.

Dieci anni dopo il terremoto che ha devastato Amatrice e altre località del Centro Italia, il futuro del territorio sembra ancora lontano. Il sisma del 24 agosto 2016, che ha causato 299 morti e danni stimati in 28 miliardi di euro, ha lasciato cicatrici profonde. Mentre il paese cerca di ricostruirsi, i dati di ActionAid rivelano che solo il 33,6% dei progetti di ricostruzione ha iniziato i lavori. Il resto, 66,3%, si trova ancora in fasi precedenti all’avvio dei cantieri. Questo ritardo ha conseguenze concrete: le persone non tornano, la socialità si spegne, e il tessuto sociale del territorio non si rafforza.
La burocrazia non aiuta a immaginare il futuro
«La burocrazia della ricostruzione non aiuta ad avere una visione», spiega Lucia Romagnoli, referente del programma nell’area Centro Italia di ActionAid. «Si è passati dalle norme sull’emergenza a una legge sulla ricostruzione, ma la vita di mezzo non ha avuto e non ha un’attenzione nemmeno normativa». Questo periodo, tra l’emergenza e la ricostruzione, è descritto come l’«elefante nella stanza», un’area di transizione non regolata e trascurata. Mentre i progetti avanzano lentamente, i cittadini si sentono abbandonati.
Le persone non tornano se non si ricostruisce la vivibilità
«Se non ricostruiamo, le persone non tornano più», dice Antonio Valentini, vicesindaco di Accumoli. «È finita la socialità». Il centro storico di Accumoli, che è ancora zona rossa, mostra solo il campanile e poco altro. Gli spazi pubblici, come piazze e luoghi di incontro, non esistono più. «Non c’è un’idea di piazza», osserva una signora di Accumoli. «Parlate di quello che succede qui! Solo il business della ricostruzione». La mancanza di vivibilità rende difficile il ritorno delle comunità.
«Non si ricostruisce un tessuto sociale se non si riesce a ricostruire la vivibilità di un territorio», aggiunge un rappresentante di ActionAid. La ricostruzione non deve limitarsi a riparare case e infrastrutture, ma deve creare condizioni per la vita quotidiana. Tuttavia, i dati mostrano che solo un terzo dei progetti ha iniziato i lavori. A Amatrice, dei 172 interventi programmati, il 79,5% si trova ancora in fasi pre-cantiere. A Accumoli, il 74,4% degli interventi è fermo. La situazione è leggermente migliore ad Arquata, dove 12 interventi hanno iniziato i lavori, assorbendo quasi il 60% dei progetti.
Le disuguaglianze nella ricostruzione
«Alcune persone con capitali economici e culturali maggiori sono state in grado di trovare posto in un processo di ricostruzione completamente individualizzato», spiega Veronica Macchiavelli, sociologa del collettivo Emidio di Treviri. «Molto spesso i primi a ricostruire sono i proprietari di seconde case». Questo fenomeno ha esacerbato le disuguaglianze, lasciando molte comunità senza supporto. Alcuni abitanti, soprattutto anziani, scelgono di rimanere nelle Sae (soluzioni abitative in emergenza) piuttosto che tornare in case lontane. «Si sta ricostruendo tutto esattamente dov’era e com’era», osserva Macchiavelli. «Un patrimonio enorme, il cantiere più grande d’Europa».
«Ricostruire significa avere una visione collettiva di un territorio», dice Patrizia Vita, abitante di Ussita. «La burocrazia non aiuta ad avere una visione». Mentre i dati restano frammentati e non accessibili, le comunità si sentono isolate. «Dietro, non c’è più nulla di quello che c’era prima. Davanti non sai quello che ti aspetta», dice Vita. La mancanza di trasparenza e di accesso ai dati rende difficile per i cittadini partecipare attivamente al processo di ricostruzione.
