Il Massacro della Bombonera: l’arbitro Massaro e il Milan campione del mondo tra sangue e arresti
Il Massacro della Bombonera del 1969: l’arbitro Massaro e il Milan campione del mondo tra sangue e arresti.

Un episodio di violenza e coraggio
Il 22 ottobre 1969, la Bombonera di Buenos Aires si trasformò in un campo di battaglia. Il Milan, campione del mondo, si presentò per giocare l’Intercontinentale contro l’Estudiantes, ma la partita si trasformò in un evento drammatico. L’arbitro Domingo Massaro, nato in Cile ma con radici italiane, fu il protagonista di una notte che rimase nella memoria del calcio mondiale. La partita, che si sarebbe dovuta svolgere a La Plata, fu spostata a Buenos Aires, dove la tensione era alta e le reazioni non si fecero attendere.
La squadra del Milan fu accolta con lanci di caffè bollente e insulti. Tra insulti e roba che arriva addosso, la squadra del Paròn interrompe il riscaldamento. Quando finalmente si comincia, l’Estudiantes non ha alcuna intenzione di lasciar giocare il Milan. Prati viene colpito, cade, e Poletti gli rifila un calcio mentre è a terra. Massaro vede, lascia correre. Poi arriva la giocata che sembra chiudere definitivamente la faccetta: un’azione del Milan, Rivera supera Poletti e deposita il pallone in rete. Uno a zero. Quattro a zero nel conto complessivo.
Un’immagine atroce e un’azione drammatica
La madre di Combin, presente sugli spalti, assistette a una scena che rimase indelebile nella memoria collettiva. L’immagine di una madre che guarda il figlio massacrato mentre si gioca una finale mondiale è diventata simbolo di una notte di violenza e dolore. L’Estudiantes segnò due gol prima dell’intervallo, con un’azione di Conigliaro e un’altra di Aguirre Suárez. Il Milan, però, non si arrese e mantenne il vantaggio. La partita, però, non era più una partita, ma un confronto fisico e emotivo tra due squadre.
Combin, il francese nato argentino, diventa il bersaglio principale. Aguirre Suárez lo colpisce al volto. Il naso si spezza, il sangue scende sulla maglia, il volto si gonfia. La madre di Combin è sugli spalti e assiste a tutto. È una delle immagini più atroci di quella notte: una madre che guarda il figlio massacrato mentre gioca una finale mondiale. L’Estudiantes segna due volte prima dell’intervallo. Conigliaro, poi Aguirre Suárez. Due a uno. Ma il Milan è ancora campione del mondo. La stampa italiana del giorno dopo lo difende, parla di un arbitro coraggioso, autoritario, capace di mantenere in piedi una partita ormai sul punto di saltare definitivamente. Alla fine Massaro espelle Aguirre Suárez e Manera. Due espulsioni che non cancellano quello che è accaduto prima, ma raccontano un arbitro costretto a governare l’ingovernabile. Eppure Poletti resta in campo. È questa forse la macchia che più gli rimarrà addosso.
La partita finisce 2-1. La Coppa è rossonera. I giocatori del Milan festeggiano, ma non c’è quasi nulla da festeggiare. È una vittoria ottenuta attraversando un campo minato. E la storia non è ancora finita. Combin, ancora sanguinante, viene arrestato dalla polizia argentina. L’accusa è di non aver assolto agli obblighi militari in Argentina. È una scena surreale: l’uomo con il volto tumefatto, vittima degli agguati, finisce in carcere. Rimarrà dentro per ore, prima che la sua posizione venga chiarita col Milan che si rifiuta di lasciarlo in Argentina: “Senza di lui non partiamo”.
Nel frattempo vengono arrestati anche Poletti, Aguirre Suárez e Manera. I tre dell’Estudiantes finiranno a Villa Devoto. Poletti verrà radiato, Aguirre Suárez squalificato per anni, Manera per un periodo altrettanto pesante. L’Argentina, quella mattina, si vergognò. El Gráfico parlerà della “pagina più nera del calcio argentino”. Il presidente Onganía interviene personalmente. La Bombonera, quella notte, ha mostrato al mondo qualcosa che il calcio avrebbe voluto dimenticare. E Massaro? Di lui resta poco: una bottigliata presa durante una finale di Libertadores tra Santos e Penarol, un derby pirotecnico diretto tra Universidad de Chile e Universidad Catolica, poi la morte un anno fa e il ricordo del “Massacro de la Bombonera”. Ma forse la vera fotografia di quella notte non è il sangue di Combin, né i pugni, né gli arresti. È Massaro. Un uomo solo, in mezzo al campo, che prova a tenere insieme una partita che ormai partita non è più.
