11 settembre e il giornalismo di guerra: Biloslavo parla di conflitti paralleli a quelli dei proiettili
Fausto Biloslavo ricorda l’11 settembre 2001 e il cambiamento nel giornalismo di guerra, con un conflitto parallelo a quello dei proiettili.

Il 11 settembre 2026, Fausto Biloslavo, giornalista che da oltre 40 anni racconta le guerre dal fronte, ricorda l’attacco alle torri gemelle e il suo impatto sul giornalismo di guerra. L’evento ha segnato un cambiamento radicale nel modo in cui si raccontano i conflitti, introducendo un conflitto parallelo a quello dei proiettili. Biloslavo, che ha seguito la guerra in Afghanistan negli anni Ottanta e ha vissuto l’esperienza diretta del 2001, spiega come la propaganda e la disinformazione abbiano trasformato il ruolo dell’inviato di guerra, rendendolo sempre più pericoloso e limitando l’accesso ai fronti.
Un conflitto parallelo a quello dei proiettili
“La propaganda è sempre esistita, ma c’è un conflitto parallelo a quello dei proiettili”, afferma Biloslavo. L’11 settembre 2001 ha segnato l’inizio di una nuova dimensione del conflitto, quella mediatica e cognitiva. Il giornalista racconta come, dopo l’attacco, il ruolo dell’inviato di guerra sia cambiato radicalmente. La guerra non si limita più solo ai fronti fisici, ma ha anche una dimensione mediatica. “Era giornalismo kamikaze perché ben che ci andava eravamo carne per ostaggi, per soldi, oppure ti mettevano davanti alla telecamera e ti sgozzavano per propaganda jihadista”, ricorda.
La guerra di informazione e la perdita di immagine
Il giornalista sottolinea come la guerra non si limiti più solo ai fronti fisici, ma abbia anche una dimensione mediatica. “Sì, gli israeliani hanno ‘vinto’ a Gaza, sconfiggendo parzialmente Hamas, però hanno perso la guerra mediatica e anche di immagine nel mondo intero”, spiega. Biloslavo riconosce che la propaganda e la disinformazione hanno un peso sempre maggiore nei conflitti moderni, tanto da essere considerate una forma di guerra cognitiva. La guerra di informazione ha trasformato il ruolo dell’inviato di guerra. “Non voglio dire che sia superiore al peso dei proiettili, ma probabilmente lo equivale”, conclude.
Biloslavo ricorda anche l’uccisione di Ahmad Shah Massoud, un comandante afghano leggendario, avvenuta due giorni prima dell’11 settembre. “Ho pensato a lui, la prima vittima dell’11 settembre, ho pensato a Bin Laden e soprattutto ho alzato il telefono e ho parlato col direttore de Il Giornale di allora e gli ho detto guarda che secondo me bisogna partire per l’Afghanistan, perché immaginavo tutto quello che sarebbe successo”, racconta. Da quel momento, il giornalismo di guerra ha subito un profondo mutamento, con il rischio di essere bersaglio non solo dei proiettili, ma anche dei cecchini digitali.
La guerra dell’informazione ha trasformato il ruolo dell’inviato di guerra, rendendolo sempre più fragile. “Adesso invece la scritta press sul giubbotto antiproiettile è sempre più un bersaglio”, osserva Biloslavo. Il giornalista, che ha vissuto la guerra in Afghanistan e in Ucraina, spiega come la divisione tra le parti in conflitto abbia reso sempre più difficile l’accesso ai fronti. “Se vai in Ucraina non puoi andare nella parte russa e anche i russi se sei stato con gli ucraini non ti vedono di buon occhio”, conclude.
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