Odessa cancella simboli russi, la lotta culturale si fa sentire
Odessa rimuove monumenti russi, la lotta culturale in Ucraina diventa un tema dibattuto.

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Odessa, città portuale della costa sud-orientale dell’Ucraina, sta vivendo un momento di profonda trasformazione culturale. La città, che una volta si sentiva legata al periodo imperiale russo, oggi si trova a dover fare i conti con una politica di “decolonizzazione” voluta dal governo di Kiev. La lotta non è solo militare, ma anche ideologica e simbolica, con la rimozione di monumenti e la modifica di nomi di strade e piazze. La scelta di cancellare simboli russi, come la statua della zarina Caterina II, ha suscitato reazioni contrastanti, tra chi vede in questa azione una giustizia storica e chi teme un allontanamento dei cittadini dal governo.
Simboli del passato, nuovi nomi
La piazza di Odessa, una delle più iconiche della città, ha visto modificare il proprio nome: da “piazza Duma” a “piazza Europa”. Il riferimento al parlamento russo era considerato troppo netto, e la decisione di recuperare la nomenclatura adottata fino all’Ottocento è vista come un atto di riconciliazione con il passato. La statua di Aleksandr Pushkin, un simbolo dell’identità russa, è stata oscurata da una struttura di legno, mentre il cannone inglese del diciannovesimo secolo, simbolo della resistenza alla guerra di Crimea, è rimasto intatto. Questi due monumenti, figli dell’Impero russo, rappresentano due facce della stessa storia: una di resistenza, l’altra di conquista.
La statua della zarina Caterina II, una delle prime a essere rimossa nel 2022, è oggi sostituita da una colonna spoglia. La piazza, un termometro della schizofrenia della politica della memoria, ha visto passare attraverso diversi simboli: da Karl Marx a Adolf Hitler, fino a Grigorij Potëmkin. Ora, con la statua di Caterina II rimosso, la piazza è diventata un luogo di commemorazione dei caduti, con una bandiera che celebra l’assedio di Azovstal.
Un allontanamento, non una guerra
Le proteste ci sono state, ma non sono in tanti quelli che sono pronti a fare di tutto per preservare i monumenti. Anche se il governo ha chiesto la rimozione di simboli russi, la popolarità del governo è già messa in discussione dalle scelte politico-economiche e dagli scandali legati alla corruzione. La lotta non è una guerra culturale, ma un allontanamento dei cittadini dal governo. La politica di decolonizzazione, sebbene intesa come un atto di giustizia storica, rischia di creare fratture all’interno della società, soprattutto tra chi si sente estraniato da una politica che colpisce la propria base culturale.
La città, con i suoi nomi cambiati e i suoi monumenti rimosi, sta cercando di riconciliare il passato con il presente. Ma il rischio è che, nel processo, si cancelli una parte della sua storia. La “decolonizzazione” voluta da Kiev non risparmia neanche i figli più illustri di Odessa, come Isaak Babel, lo scrittore che ha reso famosa la città. La strada che portava il suo nome è ora intitolata a Dmytro Ivanov, un cecchino odessita morto nel 2023 a Bakhmut. In questo modo, non cambia solo la geografia della città, ma si distrugge il suo dna. Si sta consegnando la gloria della città nelle mani di Putin.
