Sanità a Napoli: un secolo dopo Moscati, cosa è cambiato?
Sanità a Napoli: un secolo dopo Moscati, cosa è cambiato? Dati sanitari peggiori, mancanza di pronto soccorso e inquinamento.

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La sanità a Napoli, un secolo dopo la morte di Giuseppe Moscati, continua a mostrare una situazione drammatica, nonostante l’incremento del numero di medici iscritti all’Albo dell’Ordine dei Medici. Con 27mila professionisti, la città detiene i peggiori dati sanitari d’Italia, con un’incidenza elevata di patologie cronico-degenerative e un eccesso di tumori legati alla mancata prevenzione. La frattura tra medicina accademica e territoriale, criticata da Moscati negli anni Venti del Novecento, persiste ancora oggi, con il Policlinico universitario che non dispone di un reparto di emergenza-urgenza pienamente attivo.
Un’eredità non rispettata
Antonio Marfella, presidente dei Medici per l’Ambiente, ha sottolineato come la mancanza di una rete d’emergenza integrata nei Policlinici universitari abbia lasciato irrisolti i problemi di formazione e organizzazione denunciati da Moscati un secolo fa. Nonostante decenni di dibattiti, stanziamenti e accordi istituzionali, la situazione non si è migliorata. Il 2027 sarà il centenario della scomparsa del medico Santo, e Marfella ha scelto di dedicare la sua fase finale di vita professionale al recupero della storia etica e scientifica della Scuola Medica Napoletana, da Domenico Cirillo a Moscati. La sanità pubblica a Napoli non ha ancora un Pronto Soccorso attivo nei Policlinici universitari. Questo ha portato a un sovraccarico del Cardarelli e di altri ospedali, con situazioni di emergenza non gestite in modo efficiente. Marfella ha anche segnalato come le Università locali non mostrino un impegno scientifico sul tema dell’inquinamento e della salute, nonostante siano coinvolte in studi internazionali.
Un sistema in crisi
La mancanza di un Pronto Soccorso attivo nei Policlinici ha portato a un sovraccarico del Cardarelli e di altri ospedali, con situazioni di emergenza non gestite in modo efficiente. Marfella ha anche segnalato come le Università locali non mostrino un impegno scientifico sul tema dell’inquinamento e della salute, nonostante siano coinvolte in studi internazionali. Il Porto di Napoli, ad esempio, non è incluso nel progetto nazionale SalPIAm, che monitora l’inquinamento in sette città portuali italiane.
Le Università napoletane non analizzano le acque reflue locali come fanno in altre città. La situazione è ulteriormente aggravata dall’emergenza delle droghe nuove e pericolose, con concentrazioni di THC elevate e farmaci difficili da intercettare. Nonostante le tecnologie avanzate, come l’intelligenza artificiale, la città non ha dati specifici e studi rilevanti sul tema. Marfella ha anche ricordato un episodio del 2018 in cui un giornale locale denunciò l’uso di droghe in anguille da parte dell’Università di Napoli, ma non nelle acque reflue di Scampia o nei capitoni dei Regi Lagni.
Per prepararsi al 2027, anno Moscatiano, Marfella ha organizzato un convegno il 30 settembre 2026 presso la Sala Valeriani del Gesù Nuovo, in collaborazione con Isde Medici Ambiente Napoli e l’Associazione Rosario Livatino. Il tema del convegno è “Ambiente e Salute a Napoli: 2027 versus 1927 (San Giuseppe Moscati)”, con un focus su crisi climatica, Terra dei Fuochi, overtourism e costi elevati dei farmaci. La relazione di Marfella cercherà di evidenziare le differenze tra la medicina del 1927 e quella del 2027, pur con le tecnologie avanzate, e il persistente problema della sanità pubblica a Napoli.
