Doppelgänger, il rapper Gen Z che canta la diaspora: “La Storia va studiata per non ripetere gli errori”

Doppelgänger, rapper Gen Z, racconta la diaspora balcanica e la memoria di Mladić. La sua musica è un manifesto per non dimenticare.

Rapper Gen Z con radici bosniache e romane, parla della diaspora e della memoria storica
Rapper Gen Z con radici bosniache e romane, parla della diaspora e della memoria storica

Doppelgänger, rapper Gen Z nato a Roma da rifugiati bosniaci, racconta con la sua musica la complessa identità di chi è cresciuto tra due mondi. La sua voce, tra raps e riflessioni, si interroga su come la Storia venga narrata e ricordata, soprattutto in un momento in cui i funerali di Stato per Ratko Mladić, il “macellaio di Srebrenica”, hanno riportato l’attenzione sui Balcani. «Con una profonda delusione» ha detto il rapper, che vive a Sarajevo, «non mi aspetto nulla dai politici serbi, ma la mia delusione è per la gente: per quei serbi buoni che hanno preferito stare in silenzio e per chi ha deciso di idolatrare un criminale di guerra». La sua storia, intrecciata con la memoria di una guerra che ha cambiato la vita di intere generazioni, è un esempio di come la diaspora possa diventare una voce di resistenza e riconciliazione.

Identità in bilico tra Roma e Sarajevo

Doppelgänger, vero nome Alen Đokić, è cresciuto in un’identità doppia: «Siamo come la Jugoslavia, divisi e tutti a pezzi», ha detto nel suo brano “Diaspora e Cuore a metà”. La sua famiglia, originaria di Kotor Varoš, ha fuggito dalla guerra in Bosnia, trovando rifugio a Roma. Lì, ha imparato a parlare italiano, ma ha mantenuto un legame profondo con la sua terra d’origine. «A Roma ero “il bosniaco”, ma quando tornavo a casa diventavo “il diaspora”, preso in giro per il mio accento». Questo doppio appartenere, tra due culture e due identità, lo ha portato a esprimersi attraverso la musica, come un modo per riprendersi la parola e raccontare la sua storia senza filtri.

La guerra non è solo un passato lontano

La guerra, per Doppelgänger, non è solo un ricordo lontano, ma un’esperienza che vive ancora oggi. «A Kotor Varoš conviviamo al 33% tra musulmani, ortodossi e cattolici: le persone hanno capito che le divisioni etniche erano solo cazzate», ha detto. Tuttavia, la memoria di eventi atroci, come il massacro di Srebrenica, rimane radicata. «I miei genitori mi hanno sempre raccontato di Mladić, Milošević, Karadžić, Srebrenica, della Republika Srpska e della Federazione Bosniaca. Ma anche di ciò che accadeva nei paesini dimenticati, come Kotor Varoš, da cui proviene la mia famiglia». Questi racconti, spesso atroci, hanno formato la sua visione del mondo e lo hanno spinto a usare la musica come strumento di denuncia e di riconciliazione.

Per me, chi gode nel veder morire persone percepite come “diverse”, chi prova gioia nell’uccidere altri esseri umani, nel vedere la guerra e il dolore altrui, può essere chiamato solo con questo nome. Questa frase, che ha suscitato reazioni forti, è un chiaro esempio del suo impegno a non permettere che la Storia venga riscritta in modo distorto. «La mia musica nasce anche da qui: dalla necessità di riprendermi la parola e raccontare chi siamo con la nostra voce», ha spiegato.

Doppelgänger, con la sua musica e le sue parole, è un esempio di come la diaspora possa diventare una voce di resistenza e di riconciliazione. «Siamo delle seconde generazioni, ma abbiamo la possibilità di reinventarci, prendendo il meglio e il peggio di entrambe le culture per crearne una nostra», ha concluso. La sua storia, intrecciata con la memoria di una guerra che ha cambiato la vita di intere generazioni, è un invito a non dimenticare, ma a studiare la Storia per non ripetere gli stessi errori.