Chiani in carcere: giudice respinge richiesta di domiciliari per mancanza di pentimento
19enne condannato a 20 anni per tentato omicidio deve restare in carcere, giudice non riconosce pentimento

Il 19enne Alessandro Chiani, condannato a 20 anni di reclusione per tentato omicidio e rapina, deve restare in carcere. Il giudice di Milano ha respinto la richiesta degli avvocati del giovane di proseguire ai domiciliari il percorso di giustizia riparativa, sottolineando che non c’è pentimento. L’ordinanza del gip, resa nota il 27 agosto 2026, ha chiarito che il ragazzo non ha ancora assunto le sue responsabilità. Chiani, che si trova in carcere da dieci mesi, ha ammesso di aver sferrato la coltellata a Davide Cavallo, un 22enne rimasto gravemente ferito e con rischi di invalidità. Tuttavia, il giudice ha ritenuto insufficiente il suo comportamento per permettergli di uscire.
La condanna e il percorso di giustizia riparativa
Lo scorso maggio, Chiani è stato condannato a 20 anni di reclusione per tentato omicidio e rapina. La sua difesa aveva sostenuto che i 30mila euro versati dalla famiglia della vittima e la scelta di proseguire con la giustizia riparativa potessero giustificare un provvedimento di domiciliari. Tuttavia, il gip ha ritenuto che il ragazzo non abbia dimostrato una reale assunzione di responsabilità. L’ordinanza ha sottolineato che Chiani si è limitato a chiedere genericamente scusa, senza un impegno concreto.
Le spese e le conseguenze per la vittima
Il giudice ha rilevato che i 30mila euro versati dalla famiglia di Davide Cavallo non bastano a modificare la situazione. Inoltre, Chiani è stato condannato a pagare una provvisionale da 500mila euro, mentre la vittima deve affrontare le spese mediche legate alle conseguenze gravi dell’aggressione. Nei giorni scorsi, al Meeting di Rimini, Cavallo ha raccontato i 56 giorni di coma e la lunga riabilitazione, ma ha anche espresso la scelta di perdonare chi lo ha accoltellato. «Non odio chi mi ha accoltellato. Dovrei forse odiarlo, ma non ci riesco», ha detto.
Il giudice ha osservato che l’aggressione non fu il frutto di una concitazione improvvisa, ma una scelta deliberata. Chiani, scrive il gip, si è mostrato disposto ad affrontare «conseguenze penali gravissime» pur di soddisfare «il futile desiderio di auto-affermazione agli occhi degli amici» con cui stava trascorrendo una serata in discoteca. Non si può ancora parlare di una «genuina rivisitazione critica» della propria condotta, ha concluso il giudice. La decisione del gip ha suscitato dibattito sul ruolo della giustizia riparativa e sulle condizioni per il reinserimento in società. Molti hanno sottolineato che il percorso iniziato da Chiani non è ancora sufficiente a dimostrare un cambiamento reale. Al tempo stesso, il caso ha messo in luce le conseguenze gravi dell’aggressione e la necessità di un sistema giudiziario che tenga conto delle condizioni economiche e psicologiche delle vittime.
Il caso di Chiani rappresenta un esempio di come la giustizia possa essere lenta a riconoscere i passi avanti di un condannato, anche se questi mostrano un certo impegno. La decisione del gip ha rafforzato l’idea che il pentimento non sia solo una dichiarazione, ma un comportamento concreto. Per il momento, il 19enne dovrà rimanere in carcere, mentre la sua famiglia e la vittima proseguiranno il loro percorso di riparazione.
