Il vino come simbolo di resistenza in Ucraina
L’Italia domina il mercato del vino in Ucraina, un simbolo di resistenza in un paese in guerra.

Un simbolo di resistenza in un paese in guerra
In un contesto di guerra che ha visto l’Ucraina affrontare oltre mille giorni di conflitto, il vino emerge come un simbolo di resistenza e connessione umana. Tra le sirene antiaeree e la minaccia costante dei droni, la convivialità si è trasformata in una forma di resistenza silenziosa ma tenace. Dmytro Krymskyi, tra i soci fondatori di Wine Bureau, colosso ucraino dell’importazione di vini, distillati e cibi d’eccellenza, racconta: «La gente è esausta, vive sotto uno stress mentale indescrivibile. In questo contesto, uscire, andare al ristorante o condividere una bottiglia aiuta a ritrovare un senso di normalità, a ricordare com’era la vita prima. Non abbiamo sette vite come i gatti: la gente vuole vivere appieno quella che ha, senza aspettare un domani incerto».
Un legame viscerale con l’Italia
L’Italia rappresenta il principale fornitore di vini in Ucraina, con un’importanza senza precedenti. Secondo Alona Korsun, brand manager di Wine Hunters, tra i maggiori importatori del paese, l’Italia quota il 51,2% dell’intero import vitivinicolo in Ucraina. Un primato solido, in leggero aumento rispetto all’epoca prebellica. «Anche se l’Italia domina nei volumi, mentre la Francia prevale in valore per via dei prezzi stellari di Bordeaux, Borgogna e Champagne», spiega Dmytro. Il successo del Prosecco, in particolare, ha spinto l’81 per cento dello spumante consumato in Ucraina a essere italiano. Le persone sono il nostro valore più grande. Come conclude Dmytro Krymskyi, ricordando la perdita di una giovane sommelier incinta colpita durante un attacco nel 2022: «Lavorare non serve solo a sopravvivere, ma a sostenere chi è al fronte. È la nostra personale idea di futuro».
La guerra ha modificato le abitudini di consumo, con la popolazione ridotta dalle migrazioni e la mobilità serale limitata dal coprifuoco e dai rischi di attacchi notturni. La socialità si è trasferita tra le mura domestiche, con un aumento dell’attenzione al prezzo e alla garanzia dei prodotti. «I consumatori sono molto più attenti al prezzo e valutano con attenzione ogni promozione – sottolinea Umberto Bellenda, produttore dell’omonima cantina di Conegliano Valdobbiadene – In un’economia di guerra si tende a non rischiare: le persone cercano marchi e vitigni familiari che danno garanzie, mentre è diventato difficilissimo introdurre nuove denominazioni o prodotti sperimentali».
La cucina italiana è popolarissima. Bellenda, rientrato da un recente viaggio a Kyiv, ha tenuto masterclass e incontri con sommelier locali, sottolineando l’importanza del legame tra cultura e prodotto. «I viaggi creano ricordi che le persone vogliono rivivere attraverso i prodotti. Inoltre, l’Italia offre un’ampiezza di gamma e una flessibilità di prezzo uniche, accompagnate da un vantaggio logistico non indifferente rispetto ad altri mercati concorrenti come la Spagna», spiega.
La viticoltura ucraina, dopo decenni bui segnati dalla campagna anti alcol sovietica del 1985, sta vivendo una vera e propria rinascita identitaria. Ristoranti tradizionali e vitigni autoctoni, come l’Odessa Black, stanno facendo da apripista per una riscoperta delle radici. «Fanno da apripista ristoranti tradizionali e vitigni autoctoni – racconta il cofondatore di Wine Bureau – come l’Odessa Black (Odes’kyi Chornyi, un incrocio tra Alicante Bouschet e Cabernet Sauvignon), coltivati nelle regioni del sud e dell’ovest, dove capita non raramente che i vignaioli debbano raccogliere frammenti di missili caduti tra i filari».
La resilienza del settore vitivinicolo si misura anche nella capacità di adattarsi alle condizioni di guerra. Wine Bureau ha visto distrutto il suo magazzino centrale già nelle prime settimane del marzo 2022, perdendo 15 milioni di euro di merce in un solo colpo, e ha subito ulteriori danneggiamenti negli attacchi più recenti. Stessa sorte per i magazzini di OK Wine, regolarmente colpiti dalle incursioni aeree. Per sopravvivere, la logistica si è dovuta reinventare, sacrificando l’efficienza economica sull’altare della sicurezza: «Un unico grande hub centralizzato sarebbe la scelta più logica e redditizia – ammette Krymskyi – oggi invece la parola d’ordine è decentramento: frazioniamo le scorte su più depositi nell’ovest del paese, stocchiamo molta merce direttamente nei negozi e utilizziamo hub di appoggio in Polonia. Costa di più ed è meno efficiente, ma è l’unico modo per proteggere le bottiglie».
