Pista di sci sintetica in Basilicata: non si può ignorare l’impatto ambientale
Un progetto di pista sintetica in Basilicata solleva preoccupazioni per l’impatto ambientale e la sostenibilità del turismo.

La pista di sci sintetica in Basilicata, realizzata nella zona di Sellata-Pierfaone, ha suscitato dibattito per l’impatto ambientale e la sostenibilità del progetto. L’opinione pubblica e i gruppi ambientalisti sollevano interrogativi su come si possa conciliare lo sviluppo economico con la tutela del territorio. L’investimento, pur inteso come strumento per rilanciare il turismo e creare lavoro, rischia di compromettere un’area naturale di alto valore. La questione non è solo tecnica, ma anche etica: l’economia non può essere usata come alibi per ridurre la protezione dell’ambiente, da cui dovrebbe trarre valore.
Un progetto con impatto ambientale dirompente
La pista sintetica, lunga 480 metri e tra le più lunghe d’Italia, è parte di un cantiere realizzato in tempi record. L’intervento prevede l’abbattimento di circa mille alberi, l’installazione di una nuova seggiovia, parcheggi e infrastrutture. L’impatto ambientale, tuttavia, è stato definito “dirompente” da molti osservatori. L’area si trova nel Parco Nazionale dell’Appennino Lucano, a ridosso della ZSC “Faggeta di Monte Pierfaone”, inserita nella rete Natura 2000. La localizzazione del progetto rende particolarmente sensibile la questione: un ambiente protetto non può essere trasformato senza considerare le conseguenze a lungo termine.
La montagna non è un terreno vuoto sul quale collocare opere per soddisfare finanziamenti disponibili. È un patrimonio fragile, che non può essere restituito dopo essere stato compromesso. L’articolo 41 della Costituzione stabilisce che l’iniziativa economica non può svolgersi arrecando danno alla salute e all’ambiente. Dunque, il problema non è essere contrari all’economia, ma pretendere un’economia compatibile con l’ambiente.
La valutazione ambientale non è sufficiente
Un screening ambientale è stato effettuato, ma gli ambientalisti sostengono che non abbia avuto un livello di approfondimento adeguato. La domanda cruciale è: considerando la localizzazione e la natura degli interventi, quel screening era sufficiente? La valutazione non può limitarsi al singolo metro quadrato occupato dalla pista. Bisogna considerare l’insieme delle infrastrutture, la viabilità, i parcheggi, gli impianti, il consumo di suolo e gli effetti derivanti dall’aumento della frequentazione. L’ambiente va valutato nel suo complesso, compresi gli effetti cumulativi e indiretti.
Non basta dire che il progetto sia stato autorizzato, che esistono pareri o che saranno effettuate compensazioni. Un bosco non è un insieme di alberi che possono essere semplicemente sostituiti con nuove piantumazioni. Un ecosistema non funziona con la logica del “tolgo e rimetto”. Il punto più delicato riguarda proprio la valutazione di incidenza. La questione posta dagli ambientalisti è: considerando la localizzazione e la natura degli interventi, quello screening era sufficiente oppure occorreva un livello di valutazione più approfondito?
La vicenda giudiziaria sul cantiere, con il sequestro preventivo di una parte dei lavori, dovrà naturalmente essere valutata nelle sedi competenti. Non spetta alla politica sostituirsi alla magistratura. Ma spetta alla politica spiegare ai cittadini perché questa sia la scelta giusta, perché sia stata privilegiata questa soluzione e quali garanzie siano state adottate per proteggere un patrimonio che appartiene a tutti. Un intervento ecosostenibile, rispettoso della vocazione naturale del luogo, potrebbe rappresentare una soluzione diversa. La montagna non è un terreno vuoto, ma un bene che richiede rispetto e cura. Se si vuole rilanciare la montagna di Sellata-Pierfaone, bisogna avere il coraggio e la lungimiranza di coniugare il lavoro e il turismo con la tutela ambientale. Perché quando l’economia distrugge il bene naturale sul quale dovrebbe fondarsi, non è sviluppo, ma soltanto consumo del futuro.
