La vita a Kiev non si ferma nonostante la guerra
Kiev vive la guerra come un’abitudine: sirene, app e indifferenza dominano la quotidianità

La guerra in Ucraina non ha fermato la vita quotidiana a Kiev. La popolazione, abituata a vivere con la guerra come un’abitudine, seleziona gli allarmi veri e continua a lavorare, divertirsi e vivere senza cedere alla paura. Il 10 settembre 2026, la città funziona come un orologino, grazie alla burocrazia online introdotta dall’ex ministro della Difesa Mykhailo Fedorov. Tutto si può fare con il telefonino, e la vita quotidiana si svolge nonostante i bombardamenti e le sirene che suonano ogni giorno.
La tecnologia e l’abitudine alla guerra
La popolazione di Kiev ha imparato a distinguere tra un allarme reale e uno finto. Gli abitanti, attraverso app e canali Telegram, seguono le informazioni in tempo reale su dove e quando arrivano i missili. I droni, più lenti, permettono di prepararsi, mentre i missili balistici, spesso in arrivo senza preavviso, richiedono una reazione istantanea. La città, però, non si ferma. Gli abitanti, abituati a vivere con la guerra, hanno sviluppato una routine che include la preparazione a ogni allarme, ma anche la capacità di continuare a vivere come prima.
La sirena non interrompe le conversazioni, e la vita intorno continua a scorrere insieme al traffico, che impazzisce a causa del blocco dei ponti sul Dnipro. Il governo ha optato per la vivibilità, e da qualche giorno gli allarmi a Kiev si dividono in “rosso” e “giallo”, in base alle minacce rilevate: il primo continua almeno in teoria a richiedere uno stop totale, il secondo no.
Un piano di distruzione metodico
La guerra in Ucraina non è solo una serie di bombardamenti, ma un piano di distruzione metodico. Gli attacchi russi degli ultimi giorni rivelano un obiettivo chiaro: rendere la città invivibile, privandola delle risorse necessarie, sfinendola psicologicamente. Vengono colpite fabbriche di dolci, cibi liofilizzati, sigarette: quello che serve durante gli allarmi. L’obiettivo non è solo infliggere danni miliardari alle imprese, ma anche creare una catastrofe umanitaria progettata a tavolino. La città funziona come un orologino, grazie alla burocrazia online introdotta da Mykhailo Fedorov. Olena e Volodymyr Chaykovsky, che abitano in Lukyanivka, una delle zone più bombardate, raccontano di aver deciso di sposarsi online, dopo anni di convivenza, durante un raid. In sette minuti l’app dell’amministrazione elettronica Diya li aveva dichiarati marito e moglie, mentre l’onda d’urto dei missili faceva saltare le finestre.
La resistenza non è solo coraggio, ma anche una forma di sopravvivenza. Nadiia Gnatyuk, ingegnera informatica, si prepara un «zainetto dell’allarme» per i suoi tre figli solo per i bombardamenti più pesanti e lunghi: documenti, acqua, powerbank per il telefonino, materassino da yoga, barrette proteiche. Ma la fermata è lontana, e spesso preferisce allestire un nido di cuscini e coperte in corridoio, seguendo la regola delle «due pareti» tra lei e il muro esterno del palazzo, e infilando il paraorecchi imbottito al suo spaniel, terrorizzato dalle esplosioni.
La frase-simbolo dei “jedi” in questi giorni suona quasi derisoria: la fine dell’allarme non porta il sollievo del ritorno alla normalità, perché la sirena riparte subito, tutto il giorno, tutta la notte, a volte con intervalli di appena dieci minuti. Gli abitanti, però, non si lasciano sconfiggere. Romana Sytnyk, manager di una casa editrice nel centro di Kiev, sorride mentre si gode un cappuccino con croissant al mascarpone e pesca sul Khreschatyk, ironizzando su quel “russa” che non indica più gli ussari dello zar, ma gli ufficiali di Vladimir Putin che stanno scegliendo i bersagli da colpire proprio mentre lei si gode un momento di pace.
