L’11 settembre 2001: un aereo davanti alla finestra dell’Empire State Building
Un aereo di linea colpisce le Torri Gemelle a New York, visto da un giornalista all’Empire State Building.

L’11 settembre 2001, alle ore 8.48, un aereo di linea colpisce in pieno uno dei grattacieli gemelli del World Trade Center, a New York, sopra il 65° piano. Il momento è registrato da un giornalista che, seduto al 73° piano dell’Empire State Building, osserva l’evento da una finestra. Cinque agenti dell’FBI, in giubbotto nero, lo accompagnano all’ascensore, avvertendolo che, se non rispetterà l’ordine di evacuazione, sarà arrestato. L’uomo, pur sentendo il pericolo, decide di restare per scrivere, istinto da giornalista e sprezzo del pericolo. Alla fine cede, scende in silenzio, mentre Manhattan si trasforma in un’altra città e i cieli sono pattugliati da caccia F-15.
Un aereo davanti alla finestra
Il giornalista, che ha il brevetto di pilota, riconosce immediatamente l’aberrazione del volo. Un Boeing, grigio metallizzato scuro, American Airlines, passa a poche centinaia di metri sopra e poco a sinistra del suo ufficio, da nord verso sud. La scena è assurda: un aereo di linea sopra i tetti di Manhattan, con i motori al massimo. Beccheggia, le ali oscillano. Supera la zona del Flatiron e, in pochi secondi, entra nella linea che dalla sua finestra porta alle Torri Gemelle. L’uomo sa: non è un errore di rotta né un’avaria. È un aereo kamikaze.
Il boato arriva dopo, con qualche secondo di ritardo. Lo vede inghiottito dentro il grattacielo. Il boato è sordo, profondo. Uno squarcio enorme, nero, innaturale, con la forma obliqua dell’impatto incisa nella facciata. Ne è certo. È un attacco. Terroristi. Il simbolo della potenza finanziaria americana è colpito, in modo spettacolare, con geometrica potenza.
La tragedia in diretta
Guarda l’orologio: 8.48. Telefona al capo della redazione, al 41° piano. Gli dà l’ordine di mandare via tutti, giornalisti e impiegati, una ventina di persone. Gli urla: «È guerra, è guerra. Un aereo ha colpito le Torri. Andate via subito». Torna alla scrivania. Le mani gli tremano sulla tastiera. Apre il sito e scrive: «ATTENTATO: AEREO COLPISCE IL WORLD TRADE CENTER, 11 settembre 2001 – 8:50 – NEW YORK». Il primo dispaccio dell’Associated Press arriva quattro minuti dopo. Alle 8.54 l’Ap parla ancora di una «esplosione», senza citare l’aereo.
La lunga scia delle guerre americane: è questa la vera lezione dell’11 settembre. Le ore successive sono immagini spezzate. L’FBI che vuole farmi uscire dall’Empire. I caccia sopra Manhattan. Le notizie convulse sugli altri due aerei ancora in volo: uno verso il Pentagono, uno verso la Casa Bianca. I cellulari muti. L’impossibilità di chiamare le famiglie in Italia e dire: siamo vivi. Poi le telefonate da apparecchi in strada, le richieste di interviste da tv, radio, giornali. E le immagini che il mondo avrebbe visto per giorni: persone che si gettano vive dai piani alti del Wtc, il pennacchio di fumo e, nei giorni successivi, quell’odore acre, impossibile da dimenticare, il puzzo di morte dei 3.001 corpi sepolti tra le macerie.
Di quella mattina, a 25 anni di distanza, abbiamo tutti una diversa percezione. Geopolitica. Ma per me fu un aereo davanti alla mia finestra. Il rombo dei motori. Quel cielo di un blu perfetto. Lo schianto e il boato. È lì che è finito il mondo di prima.
