Killer robot: il controllo umano a rischio, la Rete chiede un trattato vincolante
La Rete Italiana Pace e Disarmo lancia l’allarme sui killer robot, chiede un trattato vincolante per evitare che macchine decidano chi vive e chi muore.

La Rete Italiana Pace e Disarmo, in collaborazione con la campagna Stop Killer Robots, ha lanciato un allarme su Ginevra, dove si è svolta la sessione del Gruppo di esperti governativi sui sistemi d’arma autonomi letali (LAWS). Il controllo umano sull’uso della forza è appeso a un filo, e sono gli esseri umani, non le macchine, a dover mantenere il controllo sulle decisioni di vita e di morte. L’evento, tenutosi nell’ambito della Convenzione su Certe Armi Convenzionali (CCW), è stato l’ultimo appuntamento tecnico prima della Conferenza di Riesame della CCW, in programma a novembre 2026, quando gli Stati saranno chiamati a una decisione cruciale: avviare o meno veri e propri negoziati per un trattato che regoli e vieti i cosiddetti “killer robot”.
Un pericolo reale e crescente
Le macchine non possono e non devono mai decidere chi vive e chi muore, è la linea rossa etica, umanitaria e giuridica che non possiamo superare. Il rischio è insieme etico, giuridico e umanitario. Sul piano umanitario, delegare a un algoritmo la decisione su un obiettivo significa moltiplicare il rischio di errori, di violazioni del diritto internazionale umanitario e di vittime civili, come già stiamo vedendo. Che non sia un’ipotesi teorica lo dimostra un episodio drammatico avvenuto pochi giorni prima dell’incontro all’ONU: il New York Times ha riferito della morte di tre civili in Ucraina causata da un drone autonomo russo.
Il drone era stato programmato da operatori umani per dirigersi verso una determinata area, ma una volta arrivato in prossimità ha scelto da solo il bersaglio (verosimilmente delle bombole di propano) sulla base del proprio addestramento a riconoscere e colpire quel tipo di obiettivo. Il risultato è stato la morte di tre persone. Episodi come questo sono destinati a ripetersi, in assenza di regole.
Un consenso politico in crescita
Il segnale politico positivo è stato forte: già il primo giorno oltre 70 Stati hanno dichiarato di essere pronti ad avviare i negoziati su un trattato, sulla base del pacchetto di elementi elaborato in questi anni, disposti a risolvere le questioni aperte durante il negoziato stesso. Un salto enorme, se pensiamo che si è passati dai 42 Stati della dichiarazione congiunta guidata dal Brasile del settembre 2025 agli oltre 70 di oggi. La nota amara è che il Gruppo è comunque riuscito ad adottare un rapporto finale, ma il documento non riflette pienamente il lavoro svolto in tre anni.
Nelle discussioni informali dell’ultima notte, a porte chiuse e senza la presenza della società civile, sono stati cancellati elementi importanti: i paragrafi sulle considerazioni etiche, i riferimenti a concetti come affidabilità, prevedibilità e tracciabilità, oltre alle revisioni legali dei sistemi dopo eventuali modifiche. Sul fronte di divieti e restrizioni il Gruppo non è andato molto oltre il richiamo ai principi generali del diritto umanitario. Stati fortemente militarizzati come Cina, Russia e Stati Uniti hanno sfruttato la regola del consenso per far prevalere le proprie posizioni.
Un appello all’Italia
Registriamo con favore che il nostro Paese abbia dato il proprio assenso alla dichiarazione congiunta cross-regionale (promossa tra gli altri da Brasile, Irlanda e Norvegia) a sostegno dell’avvio dei negoziati. Ora serve continuità su quattro punti concreti: rafforzare il testo in discussione anziché indebolirlo e sostenerlo come base di una norma di messa al bando; avviare senza rinvii il negoziato per un Trattato, con un mandato chiaro e a tempo definito; prevedere anche a livello nazionale il divieto dei sistemi d’arma autonomi antipersona, garantendo un controllo umano significativo sull’uso della forza; e confermare una posizione italiana favorevole ai negoziati, con un Parlamento che assuma un ruolo attivo e trasversale. Su quest’ultimo punto stiamo lavorando, dopo la conferenza ospitata a inizio 2026 in Senato, alla costruzione di un intergruppo parlamentare. L’Italia ha l’occasione di stare dalla parte giusta della storia: le macchine non decidano su vita e morte.
