Chiara Petrolini, la Procura di Parma impugna l’assoluzione per l’omicidio del primo figlio

La Procura di Parma impugna l’assoluzione di Chiara Petrolini per l’omicidio del primo figlio, contestando la mancanza di prove certe sulla sua nascita da vivo.

Giudici di Parma impugnano l'assoluzione di Chiara Petrolini per l'omicidio del primo figlio, contestando la mancanza di prove certe
Giudici di Parma impugnano l’assoluzione di Chiara Petrolini per l’omicidio del primo figlio, contestando la mancanza di prove certe

La Procura di Parma ha depositato un appello contro la sentenza di primo grado che ha assolto Chiara Petrolini per l’omicidio del primo figlio, nato e morto il 12 maggio 2023. La decisione dei magistrati emiliani segue una serie di contestazioni riguardo alle prove medico-legali e alla ricostruzione dei fatti. La giovane, condannata a 24 anni e tre mesi per l’omicidio premeditato del secondogenito, è al centro di un processo che ha visto due neonati sepolti nel giardino della casa di Traversetolo. La Corte d’Assise di Parma aveva ritenuto non provato che il primogenito fosse nato vivo, ma i pm sostengono che le prove siano sufficienti per riconoscere la responsabilità della donna anche per il primo episodio.

La mancanza di prove certe sul primo neonato

Secondo la sentenza di primo grado, non è stato possibile stabilire con certezza se il primo figlio fosse nato vivo o se avesse vissuto almeno per un breve lasso di tempo. I giudici avevano ritenuto che le condotte contestate all’imputata non fossero sufficienti a determinare la sua responsabilità per l’omicidio. Tuttavia, i pm sostengono che le prove medico-legali siano sufficienti per riconoscere la nascita da vivo del bambino e, di conseguenza, la sua responsabilità. La Procura ha insistito sul fatto che il corpo del primogenito, ritrovato nel settembre 2024, potrebbe fornire ulteriori elementi per riconoscere l’omicidio.

La Corte d’Assise aveva riconosciuto la responsabilità della donna per la morte del secondogenito, nato il 7 agosto 2024, ma aveva riqualificato il reato da soppressione di cadavere a occultamento, considerato meno grave. I pm sostengono che questa ricostruzione non sia corretta e che il fatto di aver sepolto il corpo nel giardino della casa dimostri una volontà precisa di eliminare ogni traccia della sua esistenza. La Procura chiede quindi di ripristinare la contestazione originale, che prevedeva il reato di soppressione di cadavere.

La condanna per il secondo figlio e la ricostruzione dei fatti

La sentenza di primo grado aveva condannato Chiara Petrolini a 24 anni e tre mesi per l’omicidio premeditato del secondogenito, ma aveva riqualificato il reato da soppressione a occultamento. I magistrati inquirenti sostengono che questa ricostruzione non sia corretta e che le modalità con cui i corpi sono stati nascosti dimostrino una volontà precisa di eliminare ogni traccia della loro esistenza. La Procura ha insistito sul fatto che le prove siano sufficienti per riconoscere la responsabilità della donna anche per il primo episodio.

Giudici di Parma impugnano l'assoluzione di Chiara Petrolini per l'omicidio del primo figlio, contestando la mancanza di prove certe, immagine di approfondimento

La vicenda dei neonati sepolti in giardino ha suscitato grande scalpore e preoccupazione nella comunità locale. La Procura di Parma ha sottolineato che le due gravidanze erano rimaste nascoste e che nessuno ne avrebbe saputo nulla. La sentenza di primo grado aveva riconosciuto la responsabilità della donna per la morte del secondogenito, ma aveva assolto l’imputata per il primo episodio a causa dell’incertezza medico-legale. I magistrati inquirenti chiedono ora ai giudici di secondo grado di rivedere questa decisione e di riconoscere la responsabilità della donna anche per il primo figlio.

Il processo proseguirà davanti alla Corte d’Assise d’Appello di Bologna, chiamata a pronunciarsi sui punti della sentenza contestati dalla Procura di Parma. La decisione dei magistrati emiliani potrebbe aprire nuovi sviluppi nel caso di Chiara Petrolini, che rimane al centro di un’inchiesta che ha scosso l’Emilia-Romagna. La Procura ha sottolineato che le prove sull’assoluzione del primo figlio non sono sufficienti.