La scuola dei restauratori nata dal terremoto rischia di scomparire dopo 50 anni
A 50 anni dal sisma del 1976, la scuola di restauro nata in emergenza rischia di scomparire. Un ricordo per i restauratori che hanno salvato l’arte.

A 50 anni dal sisma del 1976, la scuola di restauro nata in emergenza nel Friuli Venezia Giulia rischia di scomparire. L’istituzione, nata in un periodo di urgenza e necessità, ha formato i primi restauratori ufficiali della regione, ma oggi sembra destinata a restare un ricordo. La Protezione Civile ha organizzato una serie di appuntamenti a Pordenone per ricordare l’impatto del sisma e il ruolo della comunità nella salvaguardia del patrimonio artistico. Tra i relatori, Renato Portolan, insieme a Cécile Vandenheede, direttore del Centro Restauro di Pordenone, ha raccontato come l’emergenza del 1976 abbia dato vita a un’esperienza unica: la scuola di restauro, allestita in soli 8 mesi.
Un’esperienza unica nata in emergenza
La scuola di restauro fu istituita già nell’agosto del 1976, quando la Regione aveva deciso di creare un’istituzione dedicata alla formazione di restauratori, organizzata in cicli quadriennali. L’obiettivo era immediato: salvaguardare le opere d’arte danneggiate dal sisma. «A marzo dell’anno seguente ero tra i 77 iscritti che speravano di ottenere uno dei soli 15 posti utili per entrare al corso che 3 anni dopo avrebbe diplomato i primissimi restauratori ufficiali della nostra regione», ricorda Portolan. L’istituzione fu allestita in soli 8 mesi, un tempo impensabile oggi, ma allora necessario per rispondere all’emergenza.
Un’esperienza di formazione e lavoro
La scuola, con sede a Villa Manin di Passariano, contava su laboratori di chimica, fisica, microbiologia e restauro. «Alle ex scuderie (In seguito all’Esedra di Ponente) che diventarono laboratorio e scuola nel giro di circa 8 mesi – spiega Portolan -, praticamente da gennaio a fine settembre perché poi a ottobre iniziammo il corso». I diplomati, con partita IVA, iniziarono a lavorare sulle opere d’arte danneggiate dal sisma. «Io andai a Barbeano, alla chiesa di Sant’Antonio Abate, gli affreschi di Gianfrancesco da Tolmezzo», ricorda. Il lavoro fu complesso, spesso richiedeva anni di interventi. È inutile che io sappia mettere le mani su un’opera se non so quali sono i valori che devo preservare, spiega Portolan.
La scuola funzionò fino al 1999, ma rimase fermo per anni a causa dei cambiamenti richiesti dal nuovo codice dei beni culturali. Tutto ripartì nel 2006, con una nuova denominazione: «restauratore di beni culturali con specializzazione in beni librari, documentari e opere d’arte su carta». Il corso fu equiparato al diploma di laurea magistrale quinquennale. «Poco dopo Villa Manin chiuse, la scuola dev’essere spostata a Gorizia, dove c’è sede universitaria – ricorda Portolan -. Però a tutt’oggi questo che è stato per anni un nostro fiore all’occhiello deve ancora riprendere l’attività, cosa che personalmente auspico fortemente».
La scuola, nata in emergenza, ha formato generazioni di restauratori che hanno salvato l’arte del Friuli Venezia Giulia. Ma oggi, a 50 anni dal sisma, rischia di scomparire. «Per i 50 anni dal sisma si è ricordato qualsiasi cosa, tranne la scuola che formò coloro che si presero cura dell’arte della nostra regione. Poi la scuola stessa», dice Portolan. La Protezione Civile, con i suoi appuntamenti a Pordenone, cerca di ricordare l’impatto del sisma e il ruolo della comunità nella salvaguardia del patrimonio artistico. C’è un progetto che parla di sedi adeguate ad ospitare e preservare le opere, conclude Portolan.
