Cinquant’anni dopo il terremoto, i ragazzi del ’76 tornano sul trattore della memoria
Cinquant’anni dopo il terremoto del Friuli, tre giovani tornano a guidare il trattore con cui aiutarono Fanna a rialzarsi dalle macerie.

Un legame che non si è mai interrotto
Cinquant’anni dopo il terremoto del Friuli, tre uomini tornano a salire sul trattore con cui, da ragazzi, avevano aiutato Fanna a rialzarsi dalle macerie. Il trattore e il rimorchio sono gli stessi di allora, ma i loro volti sono cambiati. Non è cambiato, però, il legame nato in quei giorni drammatici e quel senso di comunità che per tre giovani di Fanna è diventato una sorta di bussola per tutta la vita.
Un’esperienza che ha segnato le vite
La storia inizia il 6 maggio 1976, quando il sisma colpì duramente il Friuli. Fanna fu gravemente danneggiata, mentre Maniago subì conseguenze meno gravi. Per molti, però, il problema non era soltanto la propria casa: c’erano famiglie da sostenere, mobili da recuperare, fabbriche alle quali tornare, edifici pericolanti da liberare. Servivano braccia, mezzi e soprattutto persone disposte a mettersi a disposizione. «Il sindaco Crucitti mi annunciò che più persone si rivolgevano al Comune per chiedere aiuto logistico», racconta oggi Gianluigi Davide, allora poco più che ventenne. La soluzione arrivò parlando con l’agricoltore Sante Cassan. «Gli chiesi se avesse un trattore e un carro in prestito. Mi disse: “Ti do il trattore, il carro, il gasolio e mio figlio Luciano come autista. Per il tempo che serve, andate ad aiutare quelli più sfortunati di me”». Così nacque una piccola squadra.
Un’azione che si estese oltre l’emergenza
Gianluigi Davide aveva 21 anni, Luciano Cassan 16, Olivo Ros 17. Il Comune preparò un recapito nella tenda destinata alle segnalazioni dei cittadini e il gruppo diventò operativo. Ogni mattina Luciano passava con il trattore alle 8 per raccogliere Gianluigi e Olivo alla tendopoli di Cornoledo. Per tre mesi, senza soluzioni di continuità, i tre ragazzi entrarono nelle case di Fanna e dei paesi vicini per recuperare tutto ciò che poteva essere salvato: suppellettili, armadi, comò, letti, materassi, panche, fascine, stufe. Il carro tornava ogni giorno pieno. «Le destinazioni erano Maniago – ricordano –, dove i mobili trovavano ospitalità nella casa dei Conti, ma anche Vajont, Montereale Valcellina, Vivaro e altri luoghi». Erano ragazzi con pantaloni corti, tasche vuote e una convinzione semplice: stavano facendo qualcosa di utile. Portavano anche generi alimentari: pane, formaggio, salame, polenta e musetto. «Ci chiamavano tutti anche da Meduno e dagli altri paesi vicini», ricordano.
Un’esperienza che ha plasmato le scelte di vita
Entravano in mezzo alle macerie e nelle abitazioni pericolanti senza particolari protezioni. Oggi quelle immagini fanno impressione, ma allora prevalevano l’entusiasmo e la sensazione di essere parte di qualcosa di grande. «Eravamo lì, nel momento e nel posto ingiusto della storia, per costruire, senza sentire la fatica, quella meravigliosa esperienza di fratellanza e di crescita che ha temprato la nostra vita». Quell’esperienza non rimase confinata ai tre mesi dell’emergenza.
In qualche modo diventò un esercizio di cittadinanza. Gianluigi Davide avrebbe poi lavorato nella pubblica amministrazione, come agente di polizia locale, responsabile dell’ufficio con sede a Maniago e cancelliere penale all’Ufficio del giudice di pace. Luciano Cassan sarebbe diventato dipendente municipale e un manutentore instancabile, sempre attento al decoro e alle necessità del paese. Olivo Ros avrebbe portato il proprio impegno nel mondo della cooperazione. Tre percorsi diversi, ma con una radice comune: quei giorni del 1976 in cui impararono che un paese può rialzarsi se ciascuno mette a disposizione ciò che sa fare.
Oggi, mezzo secolo dopo, quel trattore Renault Super 7 e quel carro sono ancora lì. E i tre ragazzi di allora sono tornati a posarvi sopra i piedi. Non è soltanto una fotografia del tempo che passa. È la testimonianza concreta di una storia che, partita dalle macerie, ha continuato a vivere nelle scelte quotidiane di tre uomini rimasti fedeli a una stessa idea: sentirsi parte di una comunità significa esserci quando serve.
