Millennials italiani: istruzione elevata, stipendi bassi e precarietà persistente

Millennials italiani affrontano precarietà e stipendi bassi nonostante elevata formazione, con tasso di emigrazione record.

Giovani italiani con titoli di studio elevati ma stipendi bassi e precarietà, con alcuni che decidono di emigrare
Giovani italiani con titoli di studio elevati ma stipendi bassi e precarietà, con alcuni che decidono di emigrare

La generazione dei millennials in Italia vive un equilibrio fragile tra alta formazione e precarietà economica. Con un’età media alla nascita del primo figlio di 32 anni, due anni superiore alla media europea, e un tasso di occupazione giovanile che collocano il Paese in fondo alla classifica UE, i giovani italiani si trovano a confrontarsi con un mercato del lavoro in cui la formazione non sempre si traduce in opportunità stabili. Molti, come Maria, studentessa di Urbino, raccontano di dover considerare l’emigrazione per trovare lavoro, mentre altri, come Giulia, biologa marina, hanno scelto di vivere all’estero per proseguire la ricerca scientifica. La situazione, descritta in un gruppo Facebook dedicato a studentesse e giovani professionisti, mette in luce un problema diffuso: troppi laureati non trovano lavoro coerente con i loro studi, e molti si trovano costretti a accettare posizioni non allineate con le loro competenze.

Un mismatch verticale tra istruzione e mercato

Il fenomeno del mismatch verticale, ovvero quando si ha un titolo di studio troppo alto rispetto al lavoro svolto, è in aumento. Secondo i dati, il 76 per cento dei laureati si è detto disposto ad accettare un lavoro non coerente con il proprio percorso di studi, spesso per la stabilità economica. «Sono laureata in Sociologia e faccio la commessa», racconta un utente del gruppo Facebook. «Sono laureata in Lingue e faccio la receptionist», aggiunge un altro. Questo scenario si ripete in modo diffuso, con conseguenze psicologiche e economiche significative. «La maggior parte dei giovani che seguo manifesta sintomi di ansia. Molti esprimono un senso di inadeguatezza, o la sindrome dell’impostore», spiega Cecilia Caravaggi, psicoterapeuta specializzata in Psicologia Sistemico Relazionale.

Stipendi bassi e difficoltà abitative

La precarietà non si limita al lavoro, ma si estende anche alle condizioni di vita. Gli stipendi italiani, infatti, sono marcatamente inferiori rispetto alla media europea. Secondo Eurostat, un dipendente dell’UE guadagna in media 39.800 euro lordi l’anno, mentre un italiano ne percepisce circa 33.500. Per quanto riguarda lo stipendio mensile, un italiano laureato di secondo livello percepisce attorno ai 1.500 euro a un anno dalla laurea, e quasi 1.850 euro a cinque anni. Questi numeri non permettono di raggiungere la piena autonomia abitativa, con un italiano su tre che non può permettersi di affittare un intero appartamento o di accendere un mutuo in città come Roma, Milano o Torino.

«Ho fatto la triennale e la magistrale, ho lavorato durante tutto il percorso accademico, questo mi ha rallentato. Ho 29 anni e un contratto a prestazione, non arrivo a fine mese. Abito a casa dei miei genitori. Penso spesso di lasciare l’Italia, anzi ci spero», racconta Matteo, giornalista laureato in relazioni internazionali. La situazione è talmente critica che, negli ultimi anni, l’emigrazione giovanile qualificata ha registrato un aumento record. Solo nel 2023 si è raggiunta la cifra record di 21 mila partenze, più del 20 per cento rispetto al 2022. La maggior parte di questi cervelli in fuga sceglie la Germania e il Regno Unito, seguiti da Svizzera, Francia e Spagna.

Un futuro incerto e un’età media alla maternità in aumento

La precarietà economica ha anche un impatto sulle scelte di vita, come la maternità. L’età media alla nascita del primo figlio in Italia è attorno ai 32 anni, due anni dopo la media dell’Unione europea (29,8 anni). Questo ritardo, spesso legato a motivi economici, riflette una generazione che, nonostante la formazione elevata, si trova a dover rinviare i propri progetti personali. «Scrivo qui perché ho bisogno di un confronto, ho 26 anni e non ho più motivazione», racconta un utente del gruppo Facebook. «Ho lasciato infermieristica perché non riuscivo a mantenermi», aggiunge un altro. «Non arrivo a fine mese», «ho sbagliato percorso», «mi sento vecchia». Questi commenti, spesso anonimi, rivelano un senso di frustrazione e disorientamento diffuso tra i millennials italiani.