Il risparmio delle Camere non si vede: i parlamentari sono meno ma i fondi restano uguali
Le Camere spendono sempre gli stessi soldi nonostante il taglio del 36,5% dei parlamentari.

Le Camere italiane continuano a spendere cifre simili a quelle del passato nonostante un taglio del 36,5% del numero dei parlamentari. I dati del bilancio 2026 mostrano che la Camera dei deputati riceve 943 milioni di euro l’anno, mentre il Senato ne riceve 505. Nonostante la riduzione del personale, i fondi restano invariati, alimentando un dibattito su come si possa parlare di risparmio in un contesto così poco evidente. La questione non riguarda solo i numeri, ma anche le regole che governano la gestione economica delle Camere, che operano in un ambito di autonomia quasi totale.
Un sistema autonomo e poco trasparente
Le Camere, come istituzioni costituzionali, hanno un sistema di gestione finanziaria che non è sottoposto a controlli esterni. La Corte dei conti non può intervenire, e il ministero dell’Economia non ha il potere di ridurre di propria iniziativa le dotazioni richieste. Questo crea un ambiente in cui le decisioni economiche sono fatte in modo autonomo, senza confronto con le norme del settore pubblico. Il risultato è un sistema che, sebbene abbia ridotto il numero dei parlamentari, non ha ridotto i costi complessivi.
Le pensioni degli ex dipendenti e degli ex onorevoli rappresentano un onere crescente. A differenza di altri Paesi, il Parlamento italiano paga non solo i vitalizi agli ex deputati, ma anche le pensioni a chi ha lavorato come dipendente. Questo sistema, detto «autodichìa», permette a chi ha servito le Camere di beneficiare di regole pensionistiche diverse da quelle del pubblico impiego. Il risultato è un aumento costante delle spese previdenziali, con un incremento previsto da 471 a 494 milioni di euro per la Camera dei deputati nei prossimi due anni.
Un sistema che non si adatta all’inflazione
Un altro aspetto critico riguarda l’adeguamento alle dinamiche inflazionistiche. I questori del Senato, nel bilancio del 2025, mettono nero su bianco che l’unico adeguamento alle dinamiche inflazionistiche avrebbe fatto lievitare la dotazione della Camera alta a 650 milioni. Tuttavia, i fondi restano invariati, e i soldi in più non vengono buttati, ma si mettono da parte. Questo fenomeno, purtroppo, non si riflette sui conti pubblici, e alimenta un dibattito su come si possa parlare di risparmio in un contesto così poco evidente.
La retribuzione media del personale supera la media del pubblico impiego. A palazzo Madama, ad esempio, i 584 dipendenti si spartiscono 127 milioni di euro, con un importo medio di 218 mila euro pro-capite. Questo dato, sebbene sia giustificato da una maggiore specializzazione, rimane comunque in contrasto con la realtà economica nazionale. Il sistema, pur avendo ridotto il numero dei dipendenti, non ha ridotto i costi complessivi, e il risparmio non si vede. La situazione è ulteriormente aggravata dal fatto che i salari del personale, pur essendo ridotti in termini di numero, mantengono un livello di retribuzione superiore alla media del pubblico impiego. Questo fenomeno, sebbene sia giustificato da una maggiore specializzazione, rimane comunque in contrasto con la realtà economica nazionale. La sfida non è solo di ridurre le spese, ma di capire se i privilegi esistenti siano compatibili con una visione più responsabile del sistema previdenziale.
Il dibattito sulle Camere e sui loro costi non è nuovo, ma la combinazione di riduzione del personale e mantenimento dei fondi invariati ha reso più evidente la contraddizione. La sfida non è solo di ridurre i costi, ma di capire se i privilegi esistenti siano compatibili con una visione più responsabile del sistema previdenziale. La risposta a questa domanda potrebbe influenzare non solo il futuro delle Camere, ma anche la stabilità del sistema economico nazionale.
