La cultura dominante non offre strumenti per sopportare il dolore, dice l’antropologo Pollo
L’antropologo Mario Pollo analizza il dramma di Pietralata e la solitudine delle famiglie con disabilità.

Il dramma di Pietralata ha riportato alla luce una profonda crisi esistenziale, che l’antropologo Mario Pollo descrive come un isolamento totale di fronte al dolore. La tragedia, avvenuta il 1 settembre 2026, ha visto la morte di un uomo, una donna e la loro figlioletta disabile, in un gesto che Pollo interpreta come una conseguenza della mancanza di strumenti culturali per affrontare la sofferenza. La cultura dominante, secondo l’esperto, non offre risorse per comprendere e gestire il dolore acuto, spingendo talvolta a considerare il suicidio come unica soluzione.
Un isolamento esistenziale profondo
La solitudine non è solo materiale, ma esistenziale. Pollo sottolinea che la società moderna ha perso i legami comunitari tradizionali, che una volta offrivano una rete di sostegno reciproco. In un contesto in cui l’individualismo è diventato patologico, ogni persona è lasciata sola di fronte ai propri successi e ai propri fallimenti. Questo senso di impotenza, spiega, si intensifica quando si affrontano situazioni di grave fragilità, come la disabilità di un figlio.
La cultura contemporanea non dà senso alla sofferenza
La cultura dominante, afferma Pollo, è incapace di dare un significato alla sofferenza, al limite e all’abbassamento. In una società secolarizzata, i riferimenti spirituali e trascendenti si sono indeboliti, portando a una mentalità nichilista. La vita, in questo contesto, ha valore solo se risponde a determinate aspettative di efficienza e successo. Chi non si adatta a questi canoni diventa oggetto di scarto. Quando il dolore è acuto, non ci sono strumenti per interpretarlo, e talvolta si arriva a considerare la distruzione come l’unica via d’uscita.
Un’alternativa: ricostruire la comunità
Per contrastare questa deriva, Pollo propone una visione della vita che riconosca il valore intrinseco di ogni esistenza. Ogni vita, anche quella più fragile o distante dalle aspettative sociali, è un dono per il mondo. Prendersi cura di un’altra persona, anche in condizioni complesse, non cancella la sofferenza, ma le conferisce un senso. L’impegno costante per rendere una vita il più possibile compiuta e accolta è un’idea che, purtroppo, oggi si trova solo in ristrette minoranze.
Ricostruire una comunità capace di stare vicino a chi soffre
Pollo conclude che l’unica vera risposta al vuoto del nostro tempo è la ricostruzione di una comunità in grado di testimoniare il valore incondizionato della vita. Solo attraverso un sostegno concreto e un senso di appartenenza si può offrire un’alternativa al senso di impotenza e al rischio di gesti estremi. La solitudine, se non viene superata, può portare a conseguenze drammatiche, come quelle verificatesi a Pietralata.
