Il woke come strumento per affrontare la questione sociale
Il woke non è solo un’etichetta, ma una teoria che aiuta a comprendere le diseguaglianze e a redistribuire meglio.

Il woke non è solo un’etichetta, ma una teoria che aiuta a comprendere le diseguaglianze e a redistribuire meglio. Il dibattito sul tema, che ha visto l’intervento di Giuseppe Conte su Repubblica, ha messo in luce come il concetto di riconoscimento e redistribuzione possano coesistere. Il M5s ha sottolineato l’importanza di occuparsi di rider e cittadinanza, mentre il termine “woke” è spesso confuso con l’intersezionalità, una teoria che non è sinonima ma parte integrante del movimento. L’intersezionalità, come spiega Naomi Zack, non sostituisce l’universale con una collezione di identità, ma offre una grammatica per comprendere le violazioni dell’eguaglianza.
Identità e diseguaglianza: due facce della stessa moneta
Le identità non fondano l’eguaglianza, ma ne misurano le violazioni. Secondo Zack, sesso, colore della pelle, cittadinanza, orientamento sessuale o disabilità non sono basi alternative, ma assi lungo i quali l’eguaglianza viene violata. Senza un “umanesimo egualitario”, si registrano differenze, non ingiustizie. Questa distinzione separa due versioni del woke: una che privilegia il riconoscimento delle identità e una che si concentra sulla redistribuzione delle risorse. La prima rigida le appartenenze, mentre la seconda osserva come caratteristiche diverse producono diseguaglianze diverse o nuove.
Il dibattito tra riconoscimento e redistribuzione
Mariano Croce ha ricordato il passaggio dalla liberazione, che voleva cambiare il sistema, al riconoscimento, che chiede di esservi incluso. L’intersezionalità di Zack può fare il percorso inverso: parte dalle identità per ricostruire il sistema che produce esclusione e svantaggio, e per ottenere una eguaglianza più efficace e pervasiva. Il confronto tra Nancy Fraser e Axel Honneth in “Redistribuzione o riconoscimento?” (Meltemi, 2007) è utile a precisare questo punto. Honneth riconduce anche le ingiustizie economiche al mancato riconoscimento; Fraser considera risorse e status dimensioni distinte ma intrecciate.
La soluzione alla degenerazione identitaria del riconoscimento non è abolirlo. Il misconoscimento è subordinazione di status che impedisce di partecipare alla vita sociale alla pari. La misura della giustizia non è celebrare l’identità, ma la «parità partecipativa». L’esempio più chiaro, qui su Domani, lo ha fatto Christian Raimo parlando dei rider. Una legge può attribuire a tutti le stesse tutele. Ma il rider senza cittadinanza o permesso stabile, costretto a lavorare con l’account altrui e ricattabile dalla Bossi-Fini, non riesce a usarle come quello italiano. Ignorare l’identità del lavoratore non rende universale la tutela: la rende cieca alla ragione per cui alcuni ne restano fuori.
Cittadinanza, razzismo e sfruttamento non sono tre lotte da mettere in fila. Sono il medesimo meccanismo visto da tre lati. Lo stesso vale per il salario delle donne, legato al lavoro di cura; per la casa, quando un nome straniero riduce le possibilità di affitto; per la sanità, quando reddito, sesso e provenienza cambiano l’accesso alle cure. L’intersezionalità spiega perché politiche formalmente eguali producono risultati diseguali e permette di progettarle meglio. Si può chiamare woke la polizia delle parole, la gara fra vittime o il marketing della diversità. Ma così si accetta la definizione dei suoi avversari e poi si dimostra che è frivola.
Il problema serio comincia quando ci si chiede non solo quanto distribuire, ma a chi le risorse arrivino e quali ostacoli ne alterino il valore. A quel punto il woke non è l’alternativa alla questione sociale. È uno strumento necessario per vederla tutta. Il problema non è il woke, sono i diritti che retrocedono.
