La “Trattativa” e le verità provate del figlio di Don Vito

La Corte d’Appello di Palermo valuta le dichiarazioni di Massimo Ciancimino sulla “trattativa” con Cosa Nostra.

Giudice valuta dichiarazioni su trattativa mafiosa e verità provate
Giudice valuta dichiarazioni su trattativa mafiosa e verità provate

La Corte d’Appello di Palermo ha reso nota la sua decisione riguardo alle dichiarazioni del figlio di Don Vito, Massimo Ciancimino, sulle cosiddette “propalazioni” che riguardano la “trattativa” tra Stato e mafia. La sentenza, pubblicata il 18 agosto 2026, ha evidenziato che solo una parte delle affermazioni del giovane può essere considerata provata, mentre gran parte delle ricostruzioni è ritenuta inverosimile o priva di riscontri concreti. L’analisi è stata condotta in base a dichiarazioni di imputati come Mario Mori e De Donno, che hanno confermato alcuni elementi, ma non hanno supportato le sovrastrutture aggiunte da Ciancimino.

Le dichiarazioni di Ciancimino e le loro verità

Massimo Ciancimino ha riferito di una “trattativa” avviata dopo la strage di Capaci, tramite De Donno e poi direttamente con Vito Ciancimino, con l’intento di evitare nuove stragi e raggiungere un’intesa con i vertici di Cosa Nostra. Secondo il figlio di Don Vito, il contatto sarebbe stato istituito per contattare Salvatore Riina attraverso Antonino Cinà, un canale individuato da Vito Ciancimino. Tuttavia, la Corte ha sottolineato che, sebbene alcuni elementi siano confermati da altri imputati, le ricostruzioni dettagliate di Ciancimino non trovano supporto concreto.

Le propalazioni di Ciancimino sono state ritenute superflue, in quanto altri elementi probatori hanno già dato per certo che Vito Ciancimino, tramite Cinà, riuscì a contattare i vertici mafiosi. La Corte ha evidenziato che, nonostante le dichiarazioni di Ciancimino, le ricostruzioni dettagliate non sono supportate da riscontri concreti e sono state ritenute inverosimili.

Le inverosimilità e le sovrastrutture

La sentenza ha evidenziato come le propalazioni di Ciancimino siano state addirittura superflue, in quanto altri elementi probatori hanno già dato per certo che Vito Ciancimino, tramite Cinà, riuscì a contattare i vertici mafiosi, tra cui Rima e Provenzano. Tuttavia, le ricostruzioni dettagliate del giovane, come i presunti contatti diretti tra Provenzano e Vito Ciancimino, sono state ritenute inverosimili. La Corte ha sottolineato che Provenzano, noto per le sue cautele durante la latitanza, non avrebbe mai avuto contatti diretti con un figlio di un boss, soprattutto in un periodo in cui la sua posizione era estremamente delicata.

La Corte ha ritenuto che le ricostruzioni dettagliate di Ciancimino non siano supportate da riscontri concreti e siano inverosimili. Inoltre, la spiegazione fornita da Ciancimino riguardo alle assicurazioni dei Carabinieri per garantire la “trattativa” non è stata considerata sufficiente a fugare le perplessità, in quanto non si vede come Provenzano potesse abbandonare le regole di prudenza e mettersi in contatto direttamente con un figlio di un boss, soprattutto in un momento in cui la sua latitanza era sotto attenta sorveglianza.

La decisione della Corte d’Appello di Palermo rappresenta un ulteriore passo nella valutazione delle dichiarazioni di Ciancimino, che, sebbene in parte confermate, non possono essere considerate come verità definitive. La sentenza ha messo in luce l’importanza di distinguere tra fatti provati e ricostruzioni non supportate, in un contesto in cui la verità è spesso sottoposta a interpretazioni e sovrastrutture. La Corte ha concluso che le propalazioni di Ciancimino devono essere espunte dal compendio probatorio, in quanto prive di riscontri o inverosimili. Questa decisione ha rafforzato la necessità di basare le ricostruzioni su fatti verificabili e non su ipotesi non supportate, anche se provengono da fonti rilevanti come il figlio di un boss mafioso.