Un vigile del fuoco afghano bloccato in Iran da 5 anni chiede al governo italiano il visto

Un vigile del fuoco afghano bloccato in Iran da 5 anni chiede al governo italiano il visto

Un vigile del fuoco afghano bloccato in Iran da 5 anni cerca il visto per tornare in Italia
Un vigile del fuoco afghano bloccato in Iran da 5 anni cerca il visto per tornare in Italia

Sayed Ewaz Houssini, vigile del fuoco afghano che ha lavorato al fianco del contingente italiano a Herat, è rimasto bloccato in Iran da oltre cinque anni. Dopo l’evacuazione degli ultimi italiani, il 15 agosto 2021, il vigile ha tentato di raggiungere l’Italia insieme alla famiglia, ma è stato vittima di un attacco terroristico che ha ucciso diversi e ha lasciato lui e i propri cari in condizioni di estrema precarietà. «Questa è una richiesta umanitaria», ha detto Houssini, rivolgendosi al governo italiano. La sua richiesta è rivolta a Giorgia Meloni e alle autorità competenti, chiedendo un visto per tornare in Italia e un riconoscimento del legame con la missione italiana.

Un’attesa di anni per un ritorno

Dopo la partenza degli italiani, Houssini ha tentato di raggiungere l’Italia attraverso l’aeroporto di Kabul, ma l’attacco dell’Abbay Gate ha interrotto i suoi piani. La famiglia, composta da una moglie e tre figli, è rimasta in mezzo alla folla e ha subito gravi danni. Houssini, pur ferito, ha trovato i propri cari vivi e ha cercato di ottenere un posto su un volo, ma non è riuscito a farlo. La fuga dall’Afghanistan è avvenuta via terra, e la famiglia si è trasferita in Iran, dove vive in condizioni di insicurezza e difficoltà economiche.

La famiglia vive in condizioni difficili. La figlia maggiore assume farmaci per riuscire a dormire, la moglie è stremata dopo anni di attesa, e il figlio più piccolo, di sei anni, ogni mattina prende il telefono del padre e cerca un messaggio che possa portare la notizia della loro salvezza. «Con l’innocenza di un bambino», racconta Houssini, «cerca un messaggio che possa portare la notizia della nostra salvezza».

Un legame costruito con la missione italiana

Houssini ha lavorato per anni al fianco del contingente italiano, occupandosi della sicurezza e della gestione delle emergenze. La sua collaborazione è stata riconosciuta e apprezzata, ma non ha portato a un ritorno in Italia. «Non abbiamo nemmeno un numero di telefono nostro», racconta, spiegando come la comunicazione sia difficile e la famiglia deve prestare attenzione ai contatti che riceve. In alcune occasioni, è stato costretto a rientrare in Afghanistan per rinnovare il passaporto, ma il rischio di tornare nel Paese è elevato.

Il pericolo può essere nascosto, imprevedibile e costante. Houssini spiega di temere attacchi da parte di gruppi estremisti, pur non sostenendo che il ritorno significherebbe necessariamente essere uccisi dai talebani. «Il pericolo può essere nascosto, imprevedibile e costante», spiega, temendo il rischio rappresentato da individui o gruppi estremisti che potrebbero prendere di mira chi ha collaborato con le forze straniere.

Houssini continua ad aspettare l’Italia, ma non ha più la possibilità di un ritorno sicuro e dignitoso in Afghanistan né una prospettiva stabile in Iran. La sua richiesta è rivolta al governo italiano, che dovrebbe esaminare la sua situazione e quella della famiglia, riconoscendo il legame costruito negli anni di servizio al fianco della missione italiana. «Confido che, attraverso la giustizia umana e la responsabilità, i diritti miei e dei miei figli possano essere finalmente riconosciuti», ha detto. Sono passati oltre cinque anni da quella sera a Camp Arena, quando Houssini era rimasto nella base vuota, mentre l’aereo degli ultimi italiani si allontanava sulla rampa. L’Italia rimane una chimera per lui e la sua famiglia.