La guerra in Iran supera i sei mesi, negoziati bloccati

La guerra in Iran supera i sei mesi, negoziati bloccati e tensioni crescenti.

Soldati americani in azione nel Golfo, blocco del traffico nello Stretto di Hormuz, tensioni internazionali
Soldati americani in azione nel Golfo, blocco del traffico nello Stretto di Hormuz, tensioni internazionali

La guerra in Iran ha superato i sei mesi, un periodo in cui le tensioni tra Stati Uniti e Teheran si sono intensificate senza alcun segno di calma. L’intervento iniziato il 28 febbraio, con attacchi su importanti obiettivi iraniani da parte di Washington e Israele, ha superato le previsioni iniziali del presidente Donald Trump, che aveva anticipato un conflitto di “quattro o cinque settimane”. I negoziati per un accordo sul nucleare restano bloccati, mentre la guerra si è estesa a diversi Paesi del Golfo e ha paralizzato lo Stretto di Hormuz, una delle rotte energetiche più importanti al mondo.

La risposta iraniana e l’impatto economico

La risposta più rilevante di Teheran è arrivata sul mare, con il blocco del traffico commerciale nello Stretto di Hormuz, un atto che ha messo in tensione le relazioni internazionali. La riapertura di questa rotta, inizialmente considerata un obiettivo secondario, è diventata uno dei punti centrali della missione statunitense. In sei mesi, le forze americane hanno colpito oltre 13 mila obiettivi iraniani, tra quartier generali militari, navi, sistemi di difesa aerea e siti per il lancio di droni.

Il conflitto ha avuto un impatto significativo sull’economia. Secondo un rilevatore della Brown University, ogni americano ha speso in media quasi 700 dollari in più per il carburante, a causa dell’aumento dei prezzi del petrolio, che sono saliti del 25% in sei mesi. Il costo medio di un gallone di benzina negli Stati Uniti ha superato i quattro dollari, un aumento di circa un dollaro rispetto al periodo precedente alla guerra.

Opposizione crescente e costi elevati

Il sostegno dell’opinione pubblica americana per l’intervento in Iran continua a diminuire. Secondo un sondaggio Reuters/Ipsos condotto a fine agosto, solo il 31% degli americani approva gli attacchi contro l’Iran, rispetto al 37% di marzo. Il consenso tra gli elettori repubblicani è sceso dal 77% al 69%, mentre il 90% dei democratici e il 67% degli indipendenti si oppongono all’intervento. Solo il 25% approva la gestione dell’Iran da parte di Trump, contro il 63% di giudizi negativi.

Il segretario della Difesa Pete Hegseth ha stimato in oltre 37,5 miliardi di dollari il costo sostenuto finora dagli Stati Uniti. Il Pentagono ha inoltre chiesto al Congresso altri 67,1 miliardi per le spese di quest’anno, in gran parte legate al conflitto. La Casa Bianca ha proposto per l’anno fiscale 2027 un bilancio record per la difesa da 1.500 miliardi di dollari, con un aumento del 42%. Intanto, il sostegno per l’intervento si riduce, e anche tra i repubblicani al Congresso cresce il timore che la guerra possa danneggiare il partito alle elezioni di mid-term.

Un’azione di pressione economica

Nell’ultimo mese, gli Stati Uniti non hanno condotto attacchi su vasta scala e stanno tornando a privilegiare la pressione economica. Oltre al blocco dei porti iraniani, Washington ha minacciato pesanti sanzioni contro tutti i Paesi che continuano a commerciare con Teheran. Trump ha definito la nuova campagna un “D-Day economico”, mentre il segretario al Tesoro Scott Bessent l’ha presentata come “l’inizio della fase finale”. L’amministrazione non ha tuttavia fissato scadenze precise né chiamato direttamente in causa la Cina, principale partner commerciale dell’Iran. Le consultazioni attraverso i Paesi mediatori proseguono e Washington e Teheran si scambiano ancora messaggi occasionali, ma, secondo funzionari statunitensi citati da Abc News, i progressi sono bloccati e le speranze di raggiungere un accordo duraturo sono ai minimi. “Dobbiamo chiuderla”, ha dichiarato a luglio lo speaker della Camera Mike Johnson, ammettendo che una conclusione prima del voto sarebbe “utile”.