Proteste silenziose in Iran: licenziamenti, caro vita e tensioni internazionali

Proteste in Iran per licenziamenti e crisi economica, con tensioni con Usa e Cina.

Lavoratori iraniani protestano contro licenziamenti e crisi economica, con tensioni internazionali
Lavoratori iraniani protestano contro licenziamenti e crisi economica, con tensioni internazionali

Le proteste silenziose in Iran, che si stanno diffondendo in diverse città del paese, segnalano un peggioramento della situazione economica e sociale. A Shadegan, una delle regioni più ricche di risorse naturali, i lavoratori dell’acciaieria statale hanno protestato contro i licenziamenti e la mancanza di stipendi, mentre la valuta iraniana ha perso il 7 per cento in una settimana, riducendo il potere d’acquisto a metà rispetto a un anno fa. La crisi, aggravata da una guerra che dura da sei mesi senza una via d’uscita, ha portato a 6.000 morti, quasi 5.000 feriti e oltre 50.000 arresti.

Proteste e repressione

Le proteste, sebbene frammentate e non organizzate su larga scala, segnalano un malcontento diffuso tra i ceti più vulnerabili. I lavoratori, che brandiscono la bandiera della Repubblica Islamica e immagini del leader supremo Khamenei, chiedono di fermare i licenziamenti e di garantire stipendi e contratti sicuri. La repressione da parte delle autorità è stata intensa, con arresti e violenze, ma le proteste continuano a crescere in diversi centri industriali e urbani.

La repressione del regime ha portato a un numero elevato di arresti e violenze, ma i lavoratori iraniani non si sono fermati.

Sanzioni e tensioni internazionali

Le sanzioni occidentali e la guerra scatenata da Israele e Stati Uniti il 2 marzo scorso hanno ulteriormente aggravato la situazione economica iraniana. La valuta iraniana, che ha perso il 7 per cento in una settimana, ha visto il prezzo del pollo aumentare di quasi 30 volte, con un salario base stimato intorno agli 82 dollari. La Cina, che acquista più dell’80 per cento delle esportazioni petrolifere iraniane, si trova in una posizione di tensione con gli Stati Uniti, che cercano di limitare le esportazioni di petrolio attraverso lo Stretto di Hormuz.

Il presidente Masoud Pezeshkian e lo speaker del parlamento Mohammad Ghalibaf hanno ammesso le difficoltà economiche, ma la linea dura del regime, incarnata dai pasdaran, ha reso difficile ogni forma di riforma. La repressione continua, con arresti e violenze, ma i lavoratori iraniani sfidano la spregiudicatezza del regime e le sanzioni che li affamano.

La guerra e le sanzioni hanno reso la vita quotidiana degli iraniani sempre più difficile, con un aumento esponenziale dei prezzi.

Secondo le stime di Human Rights Activists in Iran (Hrai), nel 2025 sono stati registrati almeno 2.457 casi di licenziamenti o riduzioni del personale, 658 casi di perdita del posto di lavoro e arretrati salariali in 188 unità industriali e di servizi. I numeri, però, sono difficili da stimare e potrebbero essere molti di più. Alcuni lavoratori si trovano in carcere con l’accusa di aver agito contro la sicurezza nazionale. Le proteste, sebbene non si siano ancora trasformate in un movimento di massa, segnalano un malcontento diffuso e una crescente insoddisfazione verso il regime. La crisi economica, aggravata da sanzioni e guerra, ha portato a una situazione di instabilità che potrebbe peggiorare ulteriormente. La risposta del regime, tuttavia, rimane la repressione, con il rischio di ulteriori tensioni e conflitti internazionali.