Tor des Glaciers: 450 km tra pietraie, sentieri inesistenti e rischi quotidiani
Un’esperienza estrema nel Tor des Glaciers, 450 km con 32 mila metri di dislivello e 190 ore a disposizione.

Un percorso estremo tra pietraie e rischi quotidiani
Il Tor des Glaciers, l’ultratrail più difficile del mondo, si svolge su un tracciato di 450 chilometri, con 32 mila metri di dislivello e 190 ore a disposizione per completarlo. L’esperienza, raccontata da Giorgio Macchiavello, è un mix di sfide fisiche, mentali e tecniche, con un’attenzione costante necessaria per affrontare pietraie, sentieri inesistenti e tratti attrezzati. L’evento, che si svolge in alta montagna, richiede preparazione e resistenza estreme, con un’atmosfera che non si distingue per la facilità.
La difficoltà non è mai scontata, anzi, è una costante. Il tracciato non è segnalato con le classiche bandierine gialle del Tor des Géants, e l’unica guida disponibile è la traccia GPS. Il percorso inizia da Courmayeur, con un’ascesa in quota e un’interminabile discesa lungo il vallone di Chavannes, il tratto più noioso ma utile per scaldare i muscoli. La pietraia e la mancanza di segni visivi rendono ogni passo un’esperienza unica, ma spesso pericolosa.
Un’alternativa al passato, ma non senza rischi
L’ultima edizione del Tor des Glaciers ha visto modifiche al percorso, con l’eliminazione del Passage du Grand Neyron, una via molto impegnativa e a rischio di scariche di pietre. L’organizzazione ha deviato il tracciato a quote più basse e allungato il percorso, ma la difficoltà non è diminuita. Il tratto tra Valgrisenche e Valpelline, ad esempio, presenta un’alternativa al passato, ma richiede attenzione e concentrazione. Il percorso si svolge tra valloni, pascoli e valichi, con un’alternanza di saliscendi che mette a dura prova la resistenza.
La natura non concede margini, e ogni passo deve essere calcolato con attenzione. Il tratto tra il Col Bassac Déré e il rifugio Deffeyes, ad esempio, offre affacci spettacolari sul ghiacciaio Gliairetta, ma non è un’escursione tranquilla. Il rischio di smuovere pietre e di vedersi rotolare sassi dall’alto è costante. L’atleta, inoltre, deve gestire la mancanza di sonno, un problema comune in un’esperienza così intensa.
Un’esperienza che non si dimentica
Il Tor des Glaciers non è solo una gara, ma un’esperienza che lascia un segno indelebile. Dopo 4, 5, 6, 7, 8 giorni di cammino e pochissimo riposo, il rischio di crisi di sonno aumenta, e la gestione della mente diventa cruciale. Il percorso si conclude con la discesa in Val d’Ayas, un tratto su pietraia ripida e contrassegnato da rari bolli gialli. L’atleta, però, non si ferma: il traguardo di Courmayeur è solo l’inizio di un’altra tentazione, un’altra sfida che attende. La bellezza e la difficoltà si fondono in un’esperienza unica. Il lungo traverso verso il lago di Cignana e la risalita al rifugio Perucca Vuillermoz rappresentano l’apice del percorso, con pietraie e tratti attrezzati che richiedono attenzione e concentrazione. Il tratto finale, tra il Mont Gélé e il Colle Bettolina Superiore, è un’ultima prova di resistenza e di capacità di gestione del corpo e della mente.
Un’esperienza che non si ripete
Il Tor des Glaciers è un evento che non si ripete senza motivo. L’atleta, dopo averlo affrontato, sa che non è un’esperienza da ripetere facilmente. La combinazione di dislivello, pietraie e tratti inesistenti rende il percorso unico, ma estremamente impegnativo. L’atleta, però, non si arrende: il traguardo di Courmayeur è solo l’inizio di un’altra avventura, un’altra sfida che attende. Il Tor des Glaciers, in fondo, è un’esperienza che non si dimentica, ma che richiede un impegno mica da ridere.
