Calciatori esclusi dal gruppo: diritti e strumenti per difendersi

Calciatori esclusi dal gruppo: diritti e strumenti per difendersi

Calciatori esclusi dal gruppo, diritti e strumenti per difendersi, ambiente di lavoro, mobbing, FIGC, safeguarding
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Calciatori esclusi dal gruppo: diritti e strumenti per difendersi

Quattro giocatori del Milan – Tomori, Fofana, Nkunku e Gimenez – sono stati indicati pubblicamente come “epurati”, esclusi dal gruppo e sottoposti a allenamenti separati. La situazione ha suscitato dibattito e preoccupazione, con il rischio di configurarsi come mobbing o straining sportivo. I calciatori, pur essendo in possesso di contratti in corso, sono stati marginalizzati, con il loro nome che scompare dall’organigramma e l’accesso al gruppo ridotto a una stanza separata. La questione solleva interrogativi su diritti, sicurezza e tutela del lavoro nel mondo del calcio.

La legge non è un’eccezione

Il calciatore professionista è un lavoratore subordinato a tutti gli effetti, e il diritto lo tutela come ogni altro dipendente. L’ordinamento sportivo riconosce il diritto di allenarsi e di essere trattato con dignità. Le Linee Guida FIGC vietano l’abuso psicologico, compresi il confinamento e l’isolamento. La giurisprudenza e gli studi hanno chiarito che l’esclusione sistematica dal gruppo e la messa fuori rosa possono integrare il mobbing o lo straining sportivo, con conseguenze gravi per la carriera di un atleta.

Le norme e i diritti del calciatore

Il d.lgs. 36/2021 ha introdotto norme sulla salute e sicurezza sul lavoro, applicabili anche al mondo del calcio. L’articolo 2087 del codice civile impone al datore di tutelare l’integrità fisica e la personalità morale del dipendente. L’Accordo Collettivo di Serie A (art. 5.1) conferma il diritto del calciatore di allenarsi in un ambiente consono alla sua dignità professionale. Gli allenamenti differenziati sono legittimi solo per ragioni tecniche, mai come strumento ritorsivo per indurre un giocatore ad accettare una cessione.

Strumenti per la difesa

Il calciatore non è inerme. L’Accordo Collettivo (art. 8.9 e ss.) gli consente di ottenere la reintegrazione o la risoluzione del contratto, con un risarcimento fino al venti per cento della retribuzione fissa annua. Il sistema di safeguarding permette di segnalare abusi, violenze e discriminazioni in via riservata, attivando la Commissione Federale e la giustizia sportiva. Per i responsabili, sono previste sanzioni come l’inibizione, la squalifica o l’ammenda. La dignità della persona, protetta dagli articoli 2 e 3 della Costituzione, è tutelata anche nel lavoro sportivo.

La legge è uguale per tutti

Nessuno nega alle società il diritto di fare scelte tecniche o di mettere un giocatore sul mercato. Ciò che il diritto non consente è che tali scelte si traducano nell’umiliazione pubblica e nell’emarginazione permanente di lavoratori con un contratto in essere. La Convenzione OIL n. 190, ratificata in Italia, chiede di eliminare violenza e molestie da ogni luogo di lavoro, anche se lo strumento del mestiere è una palla. La legge è uguale per tutti: presidenti, allenatori, giocatori e dirigenti. La situazione dei calciatori esclusi dal gruppo del Milan solleva interrogativi su come il diritto si applichi nel mondo del calcio. Se l’emarginazione persiste, i giocatori hanno strumenti per difendersi, ma la questione rimane aperta. La legge è un’arma, ma solo se usata con coraggio e consapevolezza.