Sant’Agostino e la ricerca della pace: Caruso sull’importanza della parola
Caruso: la parola è più potente della spada per fermare le guerre

La lezione di Sant’Agostino e l’appello alla pace
La Chiesa celebra oggi il vescovo di Ippona, Sant’Agostino, mentre la Santa Sede riacquista contatti con Mosca. Il 25 agosto, il segretario per i Rapporti con gli Stati, mons. Paul Richard Gallagher, ha incontrato il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, ribadendo che “questa guerra deve finire” e che “il conflitto non può essere risolto con mezzi militari”. In questo contesto, il priore del convento di Sant’Agostino a Palermo, p. Giuseppe Caruso, rilegge la lezione agostiniana sulla pace, sull’inquietudine e sulla guerra giusta.
La parola è più potente della spada
“Meglio uccidere le guerre con la parola che gli uomini con la spada”, afferma p. Caruso, citando una frase della Lettera 229 di Sant’Agostino: *Maioris est gloriae ipsa bella verbo occidere, quam homines ferro*. Questa frase, che ha trovato eco nel dibattito italiano durante la guerra del Golfo, rappresenta un invito a cercare soluzioni diplomatiche e non belliche. Per Caruso, la parola è un mezzo di pace più efficace della spada, non solo per il potere simbolico, ma anche per la capacità di risolvere conflitti in modo duraturo. La guerra giusta non è mai una soluzione
Sant’Agostino, nel suo *De civitate Dei*, ha analizzato la guerra giusta come un tema complesso. Per il vescovo di Ippona, la guerra non è mai una forma di aggressione o imperialismo, ma deve essere sempre difensiva. Tuttavia, quando guarda alle guerre del suo tempo, ritiene che non si debbano fare. “Le guerre giuste non sono prive di sofferenza e di distruzione, quindi vanno evitate”, sottolinea Caruso. La guerra, per lui, non è una soluzione, ma un problema che richiede una via di mezzo: la pace attraverso la diplomazia.
La coincidenza non è soltanto di calendario. “Anche chi fa la guerra in fondo desidera la pace, ma la vuole a modo suo. Anche il peggiore dei tiranni vuole la pace, ma la vuole alle sue condizioni”, osserva p. Caruso. È la diagnosi che Agostino consegna a *La città di Dio* e che torna a interrogare i tavoli negoziali proprio mentre sulla cattedra di Pietro siede il primo Papa agostiniano della storia. La completezza che le cose non possono dare Nessun proselitismo, precisa Caruso, ma la convinzione che “tutti cerchiamo una completezza che le cose non ci possono dare”. Per Agostino, la pace non è solo un fine, ma un cammino: “Non crede che nel mondo ci sarà mai una pace totale, però è quello verso cui bisogna andare”. La ricerca della pace, quindi, non è un’utopia, ma un’azione concreta, che richiede interiorità, comunione e una visione del mondo orientata alla soluzione pacifica dei conflitti.
L’altro versante della lezione agostiniana comincia molto più in basso, nell’inquietudine che il santo ha attraversato per primo. “Molte persone la vivono, anche se tendono a negarla, e cercano una risoluzione molte volte nel posto sbagliato”, spiega il priore. I surrogati hanno nomi riconoscibili: i like, la visibilità, il potere, il denaro. “Questi appetiti così fondamentali a volte mascherano una fame diversa, che è la fame di essere accolti, amati, e la certezza di valere per qualcuno”. Resta da capire quanto quello sguardo regga in un’economia dell’attenzione che orienta i desideri. “Oggi è un po’ più difficile, ma non è mai stato facile – risponde -. C’è sempre un modo per distrarsi”.
Da qui i due assi del pensiero: “I tratti di Agostino sono fondamentalmente due, l’interiorità e la comunione, e sono intimamente collegati, perché nell’interiorità l’uomo incontra Dio, o incontra il suo desiderio di Dio”. Chi ha scoperto “il proprio valore, ma anche il valore degli altri”, aggiunge, “è particolarmente propenso a un’autentica comunione”. Il religioso richiama una formula agostiniana: bisogna amare un amico “o perché Dio vive in lui, o perché Dio viva in lui”.
