La pace in Ucraina richiede un lavoro intenso, dice il nunzio Kulbokas
Il nunzio apostolico in Ucraina, mons. Kulbokas, sottolinea l’importanza di un impegno spirituale e pastorale per costruire la pace in un Paese segnato da anni di guerra.

Il nunzio apostolico in Ucraina, mons. Visvaldas Kulbokas, ha sottolineato come la pace in un Paese segnato da anni di guerra richieda un lavoro molto più intenso di quanto si stia facendo finora. Parlando al Sir, ha espresso preoccupazione per il rischio che la comunità internazionale si abitui alla sofferenza dell’Ucraina, fino a considerare il conflitto una realtà ormai ordinaria. La guerra, ha detto, non solo uccide i corpi, ma rischia di uccidere anche le anime se non c’è un accompagnamento spirituale e pastorale.
La guerra ha trasformato il quotidiano
La vita in Ucraina, in un contesto di guerra, ha subito un profondo cambiamento. Il saluto quotidiano, ad esempio, è diventato una testimonianza della guerra. In Ucraina, si dice “Grazie a Dio sei vivo”, una frase che, nella sua semplicità, racchiude la condizione di un popolo che vive nella precarietà e nella paura. Mons. Kulbokas ha raccontato di aver sentito questa frase da persone che visitano i villaggi sul fronte, dove i bambini dicono che la cosa più bella è sentire il canto degli uccelli, aprire le finestre e vedere che la casa del vicino è ancora lì, che le persone sono vive.
La guerra ha insegnato che la sofferenza non è mai una routine. La vita quotidiana in Ucraina è segnata da una consapevolezza costante della morte. A Kiev, per esempio, il saluto più comune è: “Grazie a Dio sei vivo, sono felice di vederti”. Questa realtà entra anche nella vita quotidiana del nunzio, che vive nell’epicentro della guerra. Nonostante la sua posizione, non coltiva illusioni superficiali, ma vive la realtà con una profondità che solo chi vive la guerra può comprendere.
La Chiesa è presente e opera
La presenza della Chiesa sul territorio è importante, soprattutto perché la guerra uccide i corpi, ma se non c’è un accompagnamento spirituale e pastorale, rischia di uccidere anche le anime. Mons. Kulbokas ha sottolineato che la Chiesa, attraverso le parrocchie, le cappellanie e le comunità, è impegnata in attività umanitarie e sociali, partecipando anche ai percorsi di riabilitazione, compresa quella psicologica. La Chiesa, ha detto, ricorda che la fiducia e la speranza si fondano in Dio.
La preghiera diventa un atto di resistenza quando si conosce la sofferenza. La preghiera, ha detto mons. Kulbokas, diventa molto più esistenziale quando si conoscono le persone per le quali si prega. Conoscere i volti e le storie di chi soffre, ha sottolineato, rende la preghiera un atto di resistenza all’assuefazione. La guerra, purtroppo, ha insegnato che queste sono le difficoltà dell’umanità. La Santa Sede, attraverso il lavoro diplomatico e pastorale, cerca di non smarrire il senso della sofferenza e di costruire un dialogo che possa portare alla pace.
La Santa Sede cerca di mantenere aperti i canali di comunicazione anche nelle situazioni più difficili. L’arcivescovo Paul Richard Gallagher, segretario per i rapporti con gli Stati e le Organizzazioni internazionali della Santa Sede, è impegnato in una missione diplomatica a Mosca, dove sta incontrando esponenti delle autorità russe, del Patriarcato di Mosca e della comunità cattolica. La missione, che segue un viaggio in Ucraina, va vista come un ulteriore impegno per mantenere aperti i dialoghi e cercare vie verso la pace.
