Roseline e Nassera, due sorelle di dolore, raccontano il loro incontro al Meeting di Rimini

Due donne segnate dal dolore raccontano il loro incontro al Meeting di Rimini, tra sofferenze diverse e un cammino verso la speranza.

Due donne, Roseline e Nassera, raccontano il loro incontro al Meeting di Rimini, segnate dal dolore e dalla speranza
Due donne, Roseline e Nassera, raccontano il loro incontro al Meeting di Rimini, segnate dal dolore e dalla speranza

Il 21 agosto 2026, durante la 47esima edizione del Meeting di Rimini, due donne hanno raccontato una storia di dolore, sofferenza e speranza. Roseline Hamel, sorella di padre Jacques Hamel, e Nassera Kermiche, madre di Adel, uno dei due giovani responsabili dell’attentato del 26 luglio 2016, hanno condiviso il loro percorso di incontro e di comprensione. L’incontro, intitolato “Il dolore, l’amicizia, la speranza”, si è svolto nella sala D3 alle 12.00 e ha segnato l’inizio di un dialogo tra due sofferenze radicalmente diverse, ma accomunate da un’unica verità: il dolore non deve mai essere l’ultima parola.

Due donne segnate dal dolore

Roseline Hamel e Nassera Kermiche, pur provenendo da contesti e culture diversi, hanno trovato un modo per condividere il loro dolore. Roseline, sorella di padre Jacques Hamel, è stata testimone dell’assassinio del sacerdote durante la Messa, mentre Nassera, madre di Adel, ha visto il figlio diventare uno dei responsabili dell’attentato. La loro storia, raccontata durante l’incontro, è diventata un simbolo di speranza e di dialogo tra due ferite apparentemente inconciliabili.

La tragedia del 26 luglio 2016 ha cambiato la vita di entrambe. Per Roseline, il fratello Jacques è stato ucciso mentre celebrava la Messa, un evento che ha scosso la comunità e ha lasciato un segno indelebile. Per Nassera, il figlio Adel, inizialmente gioioso e amante della vita, ha subito un processo di radicalizzazione che ha portato a un gesto estremo. «Mio fratello mi ha dato queste parole», ha spiegato Roseline, riconoscendovi ciò che aveva imparato da Jacques fin dall’infanzia.

Un percorso di comprensione e di perdono

Le due donne hanno scelto di incontrarsi, senza permettere che fosse l’odio ad avere l’ultima parola. Il loro rapporto è nato da un’idea semplice: chi poteva soffrire più di lei? Roseline ha iniziato a cercare la madre di Adel, immaginando una donna costretta a portare insieme il dolore per la morte di un figlio e il peso di ciò che quel figlio aveva fatto. Nassera, invece, ha trovato in Roseline una comprensione che le ha dato la forza di raccontare la sua storia.

Le prime conversazioni sono state brevi, ma con il tempo si sono trasformate in conversazioni profonde e significative. «Un soffio di vita», ha definito Nassera la richiesta di Roseline. Il loro incontro ha portato a un rapporto che, soltanto pochi anni prima, sarebbe sembrato impossibile. La loro storia, raccolta nel libro “Sorelle di dolore”, è diventata una testimonianza pubblica sulla possibilità che due ferite apparentemente inconciliabili non abbiano come ultimo esito l’odio o l’isolamento. «L’amore veramente può muovere il cielo, il sole, le stelle e anche il nostro cuore, se lo facciamo entrare anche in momenti così drammatici come quello che è accaduto a loro due», ha affermato Bernhard Scholz, presidente della Fondazione Meeting per l’amicizia fra i popoli ETS, chiudendo l’incontro con un messaggio di speranza e di unità.

Un cammino verso la pace

La storia di Roseline e Nassera non cancella il male, non confonde le responsabilità e non pretende di dare una risposta semplice al dolore. Mostra però che anche dopo una tragedia rimane una scelta: chiudersi nella propria sofferenza oppure riconoscere quella dell’altro. Roseline e Nassera hanno scelto di incontrarsi, senza permettere che fosse l’odio ad avere l’ultima parola. «Devo poter testimoniare. Devo poter dire quello che ho fatto», ha spiegato Nassera, che ha cercato di fermare la radicalizzazione del figlio, rivolgendosi alla polizia, alle autorità e al sindaco. Per lei raccontare significa anche respingere l’idea di una famiglia rimasta indifferente davanti alla trasformazione di Adel. La loro storia, raccontata con sincerità e coraggio, è un esempio di come il dolore, se non viene riconosciuto, può diventare un isolamento, ma se viene condiviso, può trovare una via verso la pace.