Il ritorno del vino: un progetto per riconnettere Trentino e Bosnia
Un progetto di riconnessione tra Trentino e Bosnia attraverso il vino, con l’obiettivo di ricostruire una filiera vinicola.

Due terzi degli abitanti di Štivor, un paese bosniaco situato nel nordest del paese, sono emigrati verso l’Italia, il paese dei loro nonni. A causa dell’ultima ondata migratoria, negli anni Novanta, solo i più anziani risiedono stabilmente nel villaggio. Tuttavia, oggi i figli di quelle due terre vorrebbero tornare a casa, ripartendo da una vite che lega Trentino e Bosnia. Il progetto nasce da un’idea condivisa tra due generazioni: ricostruire una filiera vinicola e, un giorno, produrre e vendere il vino di Štivor.
Una vite che unisce due mondi
Circa 145 anni fa, alcune centinaia di persone lasciarono il Trentino per trasferirsi nelle terre che l’Impero austro-ungarico aveva appena sottratto agli Ottomani. Insieme ai vestiti, ai ricordi e a qualche oggetto, portarono con sé anche la vite locale, le proprie tecniche e la lingua. «L vin negro l fa l’òmo alegro»: non esiste trentino che ne sia all’oscuro. Oggi, lo sanno anche i loro nipoti bosniaci. «Mio padre aveva le talee in valigia. Come lui, tutti i suoi compaesani», racconta Bruno Moreti, un abitante di Štivor che ha lavorato in Russia e in Iraq prima di tornare a casa. Il figlio di Bruno, Ivo, ha gli stessi occhi azzurri del padre e si illumina quando racconta il loro progetto. La vite c’era già. Si trattava solo di unirci per provare a opporci allo spopolamento del paese.
Un progetto che coinvolge le nuove generazioni
Leonardo Agostini, 22 anni, è il primo nato in Italia della sua famiglia. È il primo dopo i bisnonni, si intende. Fa parte dell’associazione Štivor Ets e collabora al progetto vinicolo. A Štivor, racconta, esistono tipi di vigna che non vengono più coltivate in Italia. Si tratta di incroci francesi – arrivati in Bosnia proprio grazie ai migranti – già apprezzati in passato e oggi considerati nobili. In Francia, rivela, si sta cercando di ripristinarli.
La Chambourcin è stata coltivata in Trentino per ottant’anni e poi abbandonata per fare spazio a varietà dal rendimento maggiore, come Chardonnay e Solaris. Con la Villard Blanc, invece, si produce uno spumante di qualità. La ricerca, cominciata l’anno scorso, ha già acceso l’interesse della comunità. Decine di persone sono pronte a contribuire economicamente, altre a piantare nuovi vigneti. I terreni, messi a disposizione dai proprietari, aspettano solo di tornare a essere coltivati.
Il progetto ha già coinvolto un professore della fondazione Edmund Mach di San Michele all’Adige, ente di istruzione e ricerca in ambito agricolo. Una volta studiati i terreni e il patrimonio genetico delle piante rimaste, il docente ha dato un parere positivo. Dopo quasi un secolo e mezzo, la vite che i valsuganotti portarono con sé potrebbe tornare a essere uno dei simboli del paese. Non soltanto della sua storia, ma del suo futuro.
Oggi, i vigneti del villaggio sono destinati al consumo domestico. Il più grande arriva a produrre circa un migliaio di litri di vino all’anno. Per trasformare questa tradizione multiculturale in un progetto più grande, serve lo sforzo di tutte le generazioni. Quella di Bruno, che ha imparato l’italiano a casa e il bosniaco a scuola. Che a tavola beveva vino e oggi – insieme alla sorella Mira, che parla valsuganotto stretto – brinda con la rakija. Quella di Ivo, che dai suoi genitori ha ereditato la tecnica e i terreni. E anche quella di Leonardo, che si sogna balcanico ed è, di nuovo, trentino. Come il loro vino.
