Processo ai Ris: il caso Garlasco riletto alla luce di una inchiesta del 2008
Nuove indagini mettono in discussione le prove scientifiche che condannarono Alberto Stasi per l’omicidio di Chiara Poggi.

Il processo per l’omicidio di Chiara Poggi, avvenuto a Garlasco nel 2007, si svolge sotto la luce di una inchiesta del 2008, pubblicata da Panorama, che aveva già messo in discussione le prove scientifiche che portarono alla condanna di Alberto Stasi. Ora, con l’inchiesta su Andrea Sempio, i magistrati stanno riconsiderando le analisi del reparto scientifico dell’Arma, mettendo in dubbio l’infallibilità delle indagini. Le anomalie riscontrate allora, come tracce anomale sui pedali della bicicletta di Stasi e la mancanza di certezze scientifiche, tornano oggi al centro dell’attenzione.
Le incertezze scientifiche del 2007
Il 24 settembre 2007, i Ris inviarono alla procura di Vigevano una relazione preliminare in cui si affermava che il profilo genetico riconducibile alla vittima era «al di là di ogni ragionevole dubbio». Sui pedali della bicicletta marrone di Stasi, però, vennero trovate tracce rosso-brunastre, sottoposte al Combur test, che furono considerate ematiche. La pm Rosa Muscio, però, non fu convinta. Il giorno successivo, il reparto scientifico dell’Arma inviò una nota tecnica in cui il profilo genetico era «con elevata probabilità riconducibile a sangue», ma non più «al di là di ogni ragionevole dubbio». Questo cambiamento di tono ha alimentato i dubbi.
Le prove distrutte e le discrepanze
Diciotto anni dopo, la procura di Pavia ha reso pubbliche nuove informazioni. Due nuove verifiche sui pedali, effettuate il giorno successivo al primo esame, hanno dato esito negativo. Tuttavia, queste prove non compaiono nel fascicolo. Inoltre, in un foglio recuperato dagli armadi del Ris, si trova una nota scritta a mano che indica che il campione era stato sottoposto a un test specifico per la ricerca del sangue umano, l’Obti test, con esito negativo. Il Dna maschile trovato sulla bici di Stasi, invece, è sparito dalle relazioni tecniche. A settembre 2016, le provette con il Dna degli esami di Garlasco sono state distrutte, sei anni prima del via libera della Corte d’appello di Milano.
Il comandante generale dei carabinieri, Salvatore Luongo, ha assicurato «totale collaborazione, massima trasparenza, assoluta fermezza». Tuttavia, il generale Luciano Garofano, che allora guidava il reparto scientifico, ha dichiarato di non ricordare i dettagli. I magistrati, però, non sono convinti. Secondo le indagini, le tracce potrebbero essere state confuse con quelle di un cucchiaino usato dalla vittima per fare colazione. L’errore, se esisteva, avrebbe contribuito alla condanna di Stasi.
Precedenti e contestazioni
Le incertezze di Garlasco non sono un caso isolato. Il caso di Cogne, in cui le tracce su un panno erano state interpretate come sangue, ma per altri periti erano sudore, ha suscitato dibattito. Anche l’indagine su Unabomber, in cui le tracce su un lamierino furono attribuite a Elvo Zornitta, ma poi si scoprì che il reperto era stato modificato, ha messo in discussione la validità delle prove. Il generale Garofano, che ha lavorato su entrambi i casi, ha ammesso che «ci ha lasciato con l’amaro in bocca».
La procura di Pavia, però, non si ferma. L’inchiesta su Andrea Sempio, l’amico di Marco Poggi, il fratello di Chiara, ha aperto nuove piste. L’assoluzione di Stasi in primo e secondo grado ha messo in discussione le certezze giudiziarie. Il generale Garofano, che ha lasciato l’Arma nel 2009, ha anche lavorato per la difesa di Sempio, ma ha chiarito che non ha mai avuto dubbi sulle prove scientifiche. La procura, però, non è convinta.
Il caso di Garlasco, con le sue incertezze e le sue discrepanze, rimane un mistero. Le tracce anomale, le impronte e l’inquinamento della scena del crimine continuano a suscitare domande. Il processo ai Ris, però, potrebbe aprire nuove porte per chiarire una storia che, come ha detto Garofano, «non esiste il delitto perfetto, esistono delle indagini imperfette».
