Il peso emotivo dell’11 settembre e i volantini scomparsi

A venticinque anni dall’11 settembre, il dolore per le vittime persiste nonostante la distanza storica.

Una donna osserva volantini con i volti di vittime dell'11 settembre scomparsi nel vento a New York
Una donna osserva volantini con i volti di vittime dell’11 settembre scomparsi nel vento a New York

L’11 settembre e il crollo emotivo. Nelle settimane successive, la donna che lavorò a Ground Zero ascoltò gli amici raccontare l’orrore vissuto, compreso quello di chi aveva assistito impotente alla morte delle persone intrappolate nelle torri e si erano lanciate nel vuoto. Il dolore non si misurava, ma si viveva. Fu in quel momento che il peso emotivo del giorno si fece sentire in modo inaspettato. Stava uscendo dalla metropolitana a Union Square quando vide centinaia di volantini con la scritta “Avete visto queste persone?”. Erano stati affissi dalle famiglie di coloro che non erano mai tornati a casa. Davanti a quei volti, la donna crollò in ginocchio e cominciò a piangere.

La trasformazione di Ground Zero

Dopo il crollo delle Torri Gemelle, il sito era diventato un enorme cumulo di macerie fumanti, nel quale erano ancora riconoscibili frammenti degli edifici. Tra questi, ricorda, c’era una lastra d’acciaio contorta alta quasi quattro piani. La donna la vide pochi giorni dopo il crollo, sotto la pioggia e contro un cielo scuro. Rimase a guardarla per quasi mezz’ora, incapace di credere a ciò che aveva davanti. Sembrava una scena di un film e continuava ad aspettare che qualcuno dicesse “stop”. Nei primi giorni, vigili del fuoco, poliziotti, soccorritori e operai scavavano senza sosta tra le macerie, nella speranza di trovare sopravvissuti. Ma quella speranza si spense rapidamente.

La ricerca si concentrò allora sui corpi e sugli oggetti personali che potessero essere restituiti alle famiglie delle persone scomparse. In tutta New York comparvero volantini con i volti di uomini e donne mai più tornati a casa l’11 settembre. Con il passare dei mesi, il cumulo di macerie si ridusse progressivamente. I volantini vennero rimossi o portati via dal vento. Gli operai raggiunsero i sotterranei, recuperando alcuni degli ultimi resti umani. A poco a poco, Ground Zero cominciò ad assomigliare a un normale cantiere. Ma per chi conosceva quel luogo, quella voragine aveva un significato diverso: era lo spazio nel cuore di New York dove un tempo sorgevano le Torri Gemelle.

Le testimonianze e il tempo

La donna racconta anche delle visite di personalità e gruppi di persone al cantiere. In alcune occasioni le veniva chiesto di accompagnare i visitatori. Una volta si accorse di parlare dei lavori con un tono troppo naturale, raccontando con disinvoltura delle pareti di contenimento e della “fossa”. Quello che sembrava un lavoro ordinario aveva un peso emotivo enorme per chi lo visitava. “Solo osservando le reazioni dei visitatori capii quanto quel modo di parlare potesse apparire sconvolgente a chi arrivava lì per cercare di comprendere la tragedia”, confessa. Anche lei, spiega, aveva cercato di comprenderla. Conosceva tre persone morte nelle Torri Gemelle. Aveva visto in televisione il crollo degli edifici senza sapere se il suo fidanzato si trovasse all’interno di uno dei grattacieli.

Con l’avvicinarsi del venticinquesimo anniversario, l’11 settembre viene ormai ricordato molto meno di un tempo. Quando se ne parla, spesso lo si fa come di un episodio storico, alla stregua di Gettysburg o Pearl Harbor. Le persone che vissero direttamente quella giornata stanno morendo, mentre sono nate nuove generazioni che non possono sapere cosa significò viverla. Nel frattempo sono arrivate altre tragedie, altri momenti capaci di dividere la vita degli americani in un “prima” e un “dopo”. Poi è arrivata semplicemente la vita: figli, matrimoni, feste, anniversari.

La vita è andata avanti, come doveva andare. Anche il dolore più profondo, non può rimanere per sempre una ferita aperta. I volantini sono scomparsi dalle strade. Alcuni sono stati conservati nei musei, trasformandosi in documenti della storia americana. “Ma nessun museo potrà mai restituire davvero ciò che è andato perduto”, scrive. Dopo venticinque anni, l’11 settembre è ormai per molti soprattutto storia. Triste, tragica, ma pur sempre storia. Per chi lo ha vissuto, però, il tempo non ha cancellato niente. E le testimonianze di chi era lì ci ricordano che la distanza storica dalla tragedia non coincide per forza con la distanza emotiva da quel giorno.