L’allarme del procuratore Antimafia: la mafia cerca droni lanciamine e telefoni in carcere

Il procuratore di Palermo Maurizio de Lucia ha denunciato il tentativo della mafia di acquistare droni lanciamine e di introdurre telefoni cellulari nei carcere, minando la sicurezza e la credibilità dello Stato.

Un procuratore in audizione parlamentare, con un foglio di armi e telefoni sul tavolo, esprime allarme per la situazione carceraria
Un procuratore in audizione parlamentare, con un foglio di armi e telefoni sul tavolo, esprime allarme per la situazione carceraria

Il procuratore capo di Palermo, Maurizio de Lucia, ha lanciato un allarme durante l’audizione davanti alla Commissione nazionale Antimafia, denunciando che la mafia sta cercando di acquistare droni lanciamine e di introdurre telefoni cellulari nei carcere. L’avvocato ha sottolineato che queste azioni rappresentano un tentativo di ricostruire un arsenale sofisticato e di mantenere il controllo da dentro le istituzioni penitenziarie. De Lucia ha riferito che la mafia sta cercando di acquistare droni lanciamine, strumenti estremamente sofisticati, e armi da guerra di elevata qualità, provenienti da mercati neri legati alla guerra tra Russia e Ucraina. Queste armi, ha spiegato, non sono più quelle ordinarie che vengono reperite nel territorio, ma dispositivi che richiedono una preparazione specifica per essere contrastati.

Il procuratore ha anche rivelato che le armi rinvenute in alcuni istituti penitenziari provengono da aree balcaniche, come l’ex Jugoslavia, e che la mafia sta mostrando un interesse crescente per armi e materiale esplosivo di alta qualità. Questo segnale, ha aggiunto, indica una maggiore vitalità di Cosa Nostra, che sta cercando di rafforzare la sua capacità di operare anche da dentro le carceri.

Telefoni cellulari e il controllo da dentro il carcere

Un altro aspetto allarmante, secondo de Lucia, è la diffusione di telefoni cellulari tra i detenuti. Il procuratore ha riferito che poche ore dopo l’ingresso in carcere, i mafiosi vengono muniti di apparecchi telefonici, consentendo loro di continuare a comandare da dentro le istituzioni penitenziarie. Questo fenomeno, ha spiegato, non riguarda solo le carceri siciliane, ma anche istituti disseminati in tutto il territorio nazionale.

Questo comporta due conseguenze gravi: da un lato, la custodia cautelare non funziona come dovrebbe, e dall’altro, si indebolisce la credibilità dello Stato verso le vittime del racket. Quando si sa che chi è stato denunciato ordina danneggiamenti dalla galera, diventa difficile capire l’utilità delle denunce, ha aggiunto il procuratore. Nei soli istituti penitenziari di Palermo, tra il 2025 e il primo semestre del 2026, sono stati rinvenuti 297 cellulari. Questi dispositivi, ha spiegato de Lucia, sono solo una parte di quelli introdotti, poiché molti non sono stati recuperati. Questo indica una situazione di grave criticità nel sistema carcerario.

Un sistema carcerario in crisi

De Lucia ha sottolineato che il sistema carcerario italiano non funziona come dovrebbe, e che il 41 bis, pur essendo uno strumento efficiente, non è sufficiente a contenere i mafiosi che entrano in carcere in alta o media sicurezza. Il procuratore ha auspicato un rafforzamento dell’organico della polizia penitenziaria e ha espresso dubbi sull’efficacia del jammer, un dispositivo che schermerebbe le comunicazioni, ma non è praticabile in contesti urbani. Il procuratore ha anche richiesto che l’audizione venga secretata, in vista delle indagini in corso su un patrimonio accumulato da Matteo Messina Denaro, ex latitante protetto da una rete di mafiosi. L’audizione ha evidenziato l’importanza di migliorare il regime di alta sicurezza e di prevenire l’introduzione di dispositivi elettronici all’interno delle carceri.