Io sono Falcone nel metaverso. Un esperimento per combattere la mafia con la realtà virtuale

Un progetto scientifico utilizza il metaverso per combattere la cultura mafiosa, ispirandosi a Giovanni Falcone e alle neuroscienze.

Un uomo indossa un visore VR, immerso in un ambiente virtuale che simula un incontro con Giovanni Falcone
Un uomo indossa un visore VR, immerso in un ambiente virtuale che simula un incontro con Giovanni Falcone

Salvatore Maria Aglioti, neuroscienziato italiano, sta conducendo uno studio innovativo che utilizza il metaverso per combattere la cultura mafiosa. L’esperienza, ispirata alla figura di Giovanni Falcone, mira a trasformare la percezione sociale e a rafforzare atteggiamenti antimafia attraverso l’incarnazione virtuale. L’idea nasce da un progetto inizialmente chiamato «Nei panni di Caino», poi evoluto in «Civic Heroes». L’obiettivo è dimostrare che l’esperienza di essere un eroe civile possa lasciare un’impronta profonda nel cervello e nella fisiologia.

Un esperimento ispirato alla fantascienza

L’origine del progetto si trova tra la letteratura cyberpunk e il cinema. Aglioti, che coordina la ricerca al Center for life Nano- & Neuro-science dell’Istituto italiano di tecnologia, spiega che il metaverso non è solo un’evasione dalla realtà, ma uno strumento per trasformarla. L’idea di usare la realtà virtuale per combattere la mafia è nata da un esperimento iniziale in cui i partecipanti venivano immersi in un bar virtuale mentre assistevano a un’estorsione. Il risultato ha portato all’espansione del progetto in quattro filoni di ricerca, tra cui «Le mafie nel cervello».

L’ipotesi di base è che incarnare un simbolo della lotta alla mafia, come Giovanni Falcone, possa rafforzare atteggiamenti antimafia. L’effetto Proteus, formulato da Nick Yee e Jeremy Bailenson, suggerisce che quando si incarna un avatar, si assorbono anche le sue caratteristiche psicologiche. Aglioti e i suoi collaboratori, Valerio Placidi e Matteo P. Lisi, hanno testato questa ipotesi, facendo indossare ai partecipanti il corpo virtuale di Falcone, di un vigile del fuoco o di una persona comune.

Il cervello reagisce alle mafie

L’esperienza ha rivelato che, sebbene le convinzioni dichiarate non cambino molto, il corpo reagisce in modo diverso. I partecipanti mostrano un aumento del disagio fisiologico e dell’allerta di fronte ai mafiosi virtuali. Questo suggerisce che il cervello incorpora non solo il coraggio di Falcone, ma anche il prezzo di quel coraggio. «Il cervello adora il negativo», spiega Aglioti. «Noi siamo attratti da esso anche per motivi evoluzionistici: rilevare il male è fondamentale per la sopravvivenza. Il bene sembra meno saliente. Ma noi stiamo cercando di dimostrare che esiste una architettura fisiologica e neurale che lo rappresenta». La domanda centrale del progetto è antica quanto Aristotele: la virtù può essere appresa? Aglioti prova a riformularla nel linguaggio delle neuroscienze. «Insieme alle regole grammaticali abbiamo bisogno di corpo», afferma. Questo suggerisce una sfida radicale: un’educazione civile che non trasmetta soltanto idee, ma faccia vivere esperienze capaci di lasciare un’impronta nella memoria, nelle emozioni e perfino nella fisiologia.

Un progetto bloccato dal sistema di finanziamento italiano

Nonostante i risultati promettenti, il progetto ha incontrato difficoltà nel sistema di finanziamento italiano. Aglioti ha cercato di ottenere fondi per estendere la ricerca fuori dal laboratorio, nei territori delle cinque Regioni storicamente dominate dalle mafie. «I nostri progetti sono stati bocciati due volte», afferma. «L’attuale sistema di finanziamento della ricerca in Italia non contempla le “neuroscienze dell’antimafia”». Il neuroscienziato spera che un giorno queste ricerche possano diventare un’azione concreta per combattere la cultura mafiosa.