L’11 settembre e il calcio europeo: il business scelse lo spettacolo

Il calcio europeo non si fermò l’11 settembre, mentre negli Usa lo sport si bloccò per giorni. L’occasione per il business e la continuità del gioco.

L’11 settembre 2001, il calcio europeo non si fermò, mentre negli Usa lo sport si bloccò per giorni. L’occasione per il business e la continuità del gioco
L’11 settembre 2001, il calcio europeo non si fermò, mentre negli Usa lo sport si bloccò per giorni. L’occasione per il business e la continuità del gioco

L’11 settembre 2001 segnò un momento di profonda crisi per l’Occidente, con l’attacco alle Torri Gemelle che scosse il mondo. In Europa, però, il calcio non si fermò. Mentre negli Stati Uniti lo sport si bloccò per giorni, in Italia e in altri Paesi europei le partite continuarono, anche se con un clima di tensione e di silenzio. L’11 settembre 2001 fu un giorno in cui il calcio europeo scelse il business, non il silenzio.

Il calcio europeo e il business

Nonostante la paura e l’ansia che si diffondeva in tutta l’Europa, il calcio non si fermò. A Roma, all’Olimpico, si giocò Roma-Real Madrid, con un minuto di silenzio e un applauso che segnò l’inizio di una nuova era. La partita finì 2-1 per il Real, con gol di Figo, Guti e Totti. Il presidente della squadra, Fabio Capello, disse che sarebbe stato più giusto dare un segnale al mondo intero. La decisione di giocare fu vista come un atto di forza e di continuità, anche se non tutti erano d’accordo. La Juventus, intanto, era a Oporto e fu evacuata dall’Hotel Palacio per un allarme bomba. Accanto all’albergo c’era un centro commerciale che si chiamava World Trade Center. Solo il pomeriggio del 12 settembre la Uefa rinviò le partite del mercoledì e quelle di Coppa Uefa del giovedì. La decisione di giocare fu vista come un atto di coraggio, ma anche di pragmatismo.

Le responsabilità e le decisioni

Le responsabilità per la decisione di giocare sono state dibattute. Secondo alcune ricostruzioni, Gianni Petrucci, presidente del Coni e commissario straordinario della Figc, fu tra i contrari, mentre altre testimonianze lo vedono più incline ad ascoltare i timori delle forze dell’ordine. La Uefa, con il segretario generale Gerhard Aigner, decise di non rinviare le partite, anche se alcuni stadi si stavano riempiendo e si temevano reazioni dei tifosi rimandati a casa. La decisione di giocare fu vista come un atto di coraggio, ma anche di pragmatismo. La continuità del gioco fu scelta nonostante le tensioni e le preoccupazioni. In Europa, il calcio scelse di tirare dritto, mentre negli Stati Uniti lo sport si bloccò per giorni.

Il calcio europeo non si fermò, anche se molti dei protagonisti lamentavano l’impossibilità di concentrarsi sul proprio lavoro. In Europa, il calcio scelse di tirare dritto, mentre negli Stati Uniti lo sport si bloccò per giorni. Il baseball, il football, l’hockey e altre competizioni si fermarono, con il commissioner Bud Selig che rinviò 91 partite di Major League Baseball. La National Football League cancellò tutte e 15 le partite della seconda giornata, e il Super Bowl fu spostato. L’hockey cancellò 23 partite di precampionato, la Major League Soccer rinviò quattro gare e poi cancellò le ultime sei della stagione regolare. Il college football saltò l’intero fine settimana.

Il calcio europeo, invece, scelse di continuare. Anche se la guerra e la paura erano presenti, il calcio scelse il business e lo spettacolo. La decisione fu vista come un atto di coraggio, ma anche di pragmatismo. Il calcio non si fermò, e questo fu un segno di forza e di continuità.