Incendio in carcere, morto un ragazzo di 19 anni: si vergognava di dire alla madre in Egitto che era detenuto
Un ragazzo di 19 anni è morto in un incendio in carcere a Pordenone, si vergognava di rivelare alla madre in Egitto la sua condizione.

Un ragazzo di 19 anni, originario dell’Egitto, è morto in un incendio scoppiato nel carcere di Pordenone. Mamdouh Mohamed Khodair Karam, nato il 4 giugno 2007, aveva appena iniziato a scontare la pena agli arresti domiciliari, con l’obiettivo di pagare il suo primo conto con la giustizia a settembre. L’episodio si è verificato verso le 22.30 di lunedì sera, quando il ragazzo ha appiccato un fuoco al materasso in cella e si è barricato in bagno, impedendo agli agenti di salvarlo. L’incendio ha reso inagibile la cella al primo piano del carcere, dove si trovavano due letti a castello e una piccola toilette.
Un percorso difficile in Italia
Mamdouh è arrivato in Italia a 16 anni, lasciando in Egitto genitori, fratelli e sorella, tra cui una sorella morta poco tempo prima. Ha provato l’esperienza del carcere minorile al Sud e a Milano, prima di essere ospitato in una casa di accoglienza a Udine e successivamente nel Cpr di Gradisca d’Isonzo, dove aveva bruciato un materasso insieme ad altri immigrati, innescando una protesta. Per quell’episodio, aveva scontato la pena agli arresti domiciliari, con la possibilità di frequentare il Centro per l’istruzione degli adulti di Pordenone, dove stava imparando l’italiano.
Un legale che non dà pace
Il suo avvocato, Sonia Pasca del Foro di Udine, ha seguito le sue vicende giudiziarie fin dall’incendio al Cpr di Gradisca. «Non riesco a darmi pace», ha detto. «È arrivato in Italia a 16 anni, nessuno gli ha mai dato una direzione. Ha fatto un percorso molto duro, senza alcun sostegno. La sua morte mi addolora, non è riuscito a trovare la sua strada. La sua non è una questione giudiziaria, ma di accoglienza. Di momenti di sconforto ne aveva tanti, magari aveva reazioni non consone, ma poi si pentiva». Il legale ha raccontato che Mamdouh chiamava sempre la madre, ma si vergognava di dire che era in carcere. «Mi diceva che si vergognava del fatto che era in carcere, era afflitto perché si era reso conto di aver fatto delle stupidaggini», ha spiegato.
Il ragazzo aveva espresso il desiderio di uscire dal carcere e trovare un lavoro. A San Martino al Tagliamento, dove stava scontando la pena nella casa di accoglienza, era seguito da una psicologa. Un percorso che il trasferimento in carcere non aveva interrotto, perché la professionista era andata a trovarlo assicurandolo che nulla sarebbe cambiato. Tuttavia, i guai di Mamdouh erano iniziati con episodi di violazione alle prescrizioni del magistrato, segnalati dai carabinieri di Casarsa. La situazione si è aggravata a luglio, quando è rimasto coinvolto in risse e ha subito lesioni non gravi. L’ultimo episodio ha portato al suo arresto e al trasferimento in carcere il 5 agosto.
I primi dieci giorni in carcere sono andati bene, ma a Ferragosto ha cominciato a mostrare segni di nervosismo. Lunedì mattina ha rotto il vetro della finestra ed è stato portato in pronto soccorso per accertamenti. Verso sera sembrava essersi calmato dopo che un agente gli ha portato un caffè. Tuttavia, in testa aveva altre idee, chissà quanto confuse in tutta quella solitudine. Quando è entrato nella casa circondariale di piazza della Motta, gli è stata fatta la domanda di rito: «Chi avvisiamo se stai male o ti succede qualcosa?». «Nessuno», ha risposto. La casella è rimasta vuota. Non ha voluto indicare neanche la mamma, si vergognava per averla delusa.
