Femminicidi: dolore, rabbia e richiesta di maggiore prevenzione

Le famiglie di vittime di femminicidi raccontano dolore, rabbia e la necessità di agire con maggiore prevenzione.

La sofferenza, la rabbia e la solitudine delle famiglie vittime di femminicidi si fanno sentire con forza. Dopo la morte di Vanessa Ballan, Giulia Cecchettin e Tania Terrin, il dolore non si esaurisce con la fine del loro destino, ma si trasforma in un impegno per cambiare il sistema. Le loro storie, raccontate da parenti e testimoni, mostrano una realtà drammatica: la violenza di genere non è mai un evento isolato, ma un ciclo che si ripete, spesso senza interventi tempestivi o efficaci. La richiesta di agire prima e con maggiore forza è un mantra che si ripete, ma la strada per realizzarlo è ancora lunga.

La sofferenza quotidiana e la rabbia per l’assenza di supporto

Per il fratello di Vanessa Ballan, la ventiseienne uccisa a coltellate a Riese Pio X nel dicembre 2023, la sofferenza è una presenza costante. «Perdere una sorella, in un mondo così brutale è inaccettabile», dice. «Il carico emotivo da sopportare è tale che penso tutt’oggi che non riuscirò mai ad essere felice». La rabbia, però, non è solo un sentimento, ma un appello a un sistema che non risponde alle esigenze di chi vive la violenza. «Con la nostra famiglia abbiamo scelto di continuare a vivere, ma tutto attorno è crollato e proviamo una grande rabbia», aggiunge. Per Nicola Ballan, il dolore non è solo personale, ma collettivo: «Un solo caso in più è già troppo. Quando c’è anche una semplice denuncia bisogna agire, non va mai sottovalutata».

La stessa richiesta emerge anche da Valentina Belvisi, che ha perso la madre a 24 anni. «Mia mamma è stata ammazzata con 30 coltellate e mio padre ha chiamato la polizia dopo essere uscito per gettare via l’arma, comprarsi un pasticcino e giocare a un gratta e vinci», racconta. «In realtà c’erano stati 30 anni di violenza fisica e verbale». La sua storia è un esempio di come la violenza non si esaurisce con la morte della vittima, ma colpisce anche le famiglie. «Dopo il delitto, il vuoto istituzionale è stato totale», dice. «Mi sono dovuta arrangiare, i colleghi di mia madre hanno pagato il funerale facendo una colletta». La sua voce è una testimonianza di una sofferenza che non si limita al dolore, ma include anche la mancanza di supporto.

Un impegno per il futuro e per chi resta

Nonostante il dolore, alcuni scelgono di trasformarlo in azione. Nicola Ballan, ad esempio, ha fondato Casa Vanessa, una struttura per donne vittime di violenza. «Quando mi sentirò pronto», dice, «penso che continuerò ad impegnarmi anche portando la mia testimonianza in ambiti educativi». L’impegno non è solo personale, ma collettivo. «Serve fare di più, creare centri con personale che possa curare e rieducare i maltrattanti», dice Valentina Belvisi, che oggi è ambasciatrice dell’associazione Edela. La sua voce è un appello a un sistema che non si limiti a reagire, ma a prevenire. «Vedere un nuovo femminicidio è sempre un colpo al cuore, la vivo come una sconfitta», dice. «Il nastro rosso non basta più: se una donna fa denuncia, l’uomo deve essere preso immediatamente in carico».

La richiesta di pene più severe e di una tutela reale per le famiglie coinvolte è un tema ricorrente. «Servirebbero pene più severe e una tutela vera per le famiglie», dice Federica, sorella di Giada Zanola. «Anche sugli aspetti pratici siamo lasciati soli: le pratiche per i minori, i permessi dal lavoro, la mancanza di tutele economiche». La sua voce è carica di dolore, ma anche di una richiesta chiara: «Quello che posso testimoniare oggi, dopo aver affrontato il processo e tutte le conseguenze pratiche di questo femminicidio, è la distanza delle istituzioni». La rabbia non si limita al dolore, ma si estende a una mancanza di tutela.

La sofferenza non è mai un evento isolato, ma un ciclo che si ripete.
La richiesta di agire prima e con maggiore forza è un appello che non può essere ignorato.