Urea vietata dal 2028: il 51% del valore del mais padano a rischio per le aziende cerealicole

L’urea sarà vietata dal 2028 nel Bacino Padano, mettendo a rischio il 51% del valore della produzione di mais per le aziende cerealicole.

Il divieto dell’uso dell’urea granulare non protetta, entrato in vigore il 1° gennaio 2028 nel Bacino Padano, mette a rischio il 51% del valore della produzione di mais per le aziende cerealicole. L’impatto, stimato in circa 250.000 euro per ettaro per aziende irrigue, colpisce un settore che rappresenta il 16% dei fertilizzanti azotati distribuiti a livello nazionale, ma fornisce il 44% dell’azoto totale apportato da concimi azotati. La normativa, prevista dal Piano di Azione Nazionale per la qualità dell’aria, risponde a due sentenze di condanna per il mancato rispetto della Direttiva sulla qualità dell’aria.

La transizione richiede un cambiamento di prospettiva

Per COMPO Expert Italia, azienda di riferimento nel settore dei fertilizzanti speciali e dei biostimolanti, la transizione imposta dalla normativa non si affronta con una semplice sostituzione di prodotto, ma richiede un cambiamento di prospettiva nel modo in cui si misura il rendimento di un investimento in nutrizione. «Il parametro giusto non è il costo per tonnellata di fertilizzante, ma il costo di investimento per ettaro ed il costo per tonnellata di prodotto raccolto», spiega Eugenia Tron, CEO di COMPO Expert Italia. L’azienda mette a disposizione il programma di consulenza agronomica Big-Farm, che integra analisi fogliari, analisi del suolo e piani nutrizionali personalizzati.

Le tecnologie esistono, ma la disponibilità è limitata. Solo il 15% dei volumi di urea distribuiti in Italia è oggi trattato con tecnologie alternative. L’industria del settore avrà bisogno di un arco di 3-5 anni per adeguare capacità produttiva, logistica e reti di stoccaggio.

Effetti a cascata su filiere agroalimentari

Il calo strutturale delle rese in questa area riduce la disponibilità di materia prima foraggera e ne aumenta il costo, con effetti a cascata su filiere come Parmigiano Reggiano, Grana Padano, Bresaola e le principali DOP suine. Il problema non si esaurisce nella cerealicoltura: il Bacino Padano concentra circa il 70% della superficie nazionale coltivata a mais trinciato, il mais da insilato che costituisce la base dell’alimentazione della zootecnia da latte e da carne.

Il valore della produzione di mais da granella calerebbe del 41% in termini aggregati — da 1.053 a 620 milioni di euro (prezzi Ismea 2024) — e l’intero comparto cerealicolo accuserebbe una contrazione del 45%. Le aziende zootecniche, che integrano già oggi effluenti organici nel proprio ciclo di concimazione, sono le meno esposte. A subire le conseguenze più severe saranno invece le aziende cerealicole pure: quelle che nel Bacino Padano dipendono dall’urea per l’80% del fabbisogno azotato e che non dispongono di fonti organiche alternative.

La condizionalità rafforzata introdotta dalla PAC 2023-2027 subordina i pagamenti diretti al rispetto delle normative ambientali vigenti. Le aziende che dopo il 1° gennaio 2028 continuassero a impiegare urea non protetta nelle regioni del Bacino Padano si esporrebbero non solo a sanzioni amministrative, ma al rischio di decurtazione degli aiuti comunitari — una voce che per molte aziende costituisce una componente rilevante del reddito netto. Il dibattito pubblico rischia di individuare nel soggetto sbagliato la vittima principale della transizione. Le aziende zootecniche, che integrano già oggi effluenti organici nel proprio ciclo di concimazione, sono le meno esposte. A subire le conseguenze più severe saranno invece le aziende cerealicole pure: quelle che nel Bacino Padano dipendono dall’urea per l’80% del fabbisogno azotato e che non dispongono di fonti organiche alternative.