Il fascino del Murdoku: perché il delitto diventa un modo per rilassarsi
Il Murdoku, un libro-gioco che unisce logica e storie di crimini, ha conquistato il mercato librario italiano. Un fenomeno che ha suscitato dibattito su come il consumo di contenuti true crime possa influenzare la mente.

Il Murdoku, libro-gioco che unisce logica e storie di crimini, ha conquistato il mercato librario italiano, diventando un fenomeno editoriale. Il successo del volume, scritto da Manuel Garand, si basa su un meccanismo che unisce la risoluzione di enigmi a una narrazione incentrata su omicidi misteriosi. Il libro, uscito in Italia all’inizio di giugno, ha superato le 100mila copie vendute e rimane tra i libri più richiesti. Il successo ha reso il crime una presenza stabile nell’intrattenimento, spostando la sua collocazione da semplice curiosità a un’esperienza di svago. Ma cosa significa questo fenomeno per la salute mentale? E come si spiega il paradosso di un gioco che si basa su minacce e omicidi, ma che sembra rilassare chi lo gioca?
La curiosità e la minaccia controllata
Il Murdoku si basa su un meccanismo psicologico ben studiato: la curiosità. Secondo la teoria dell’information gap, elaborata dallo psicologo George Loewenstein, la curiosità emerge quando una persona percepisce uno scarto tra le informazioni che possiede e quelle necessarie per completare una spiegazione. Nel caso del Murdoku, questa lacuna è rappresentata dall’omicidio, che richiede una soluzione logica. La consapevolezza di questa lacuna produce una spinta motivazionale a ridurla, cercando nuovi elementi fino a raggiungere una soluzione. La struttura del libro, che ricorda il sudoku, richiede attenzione, memoria di lavoro e capacità di formulare e rivedere ipotesi. Ma Murdoku aggiunge un elemento unico: un omicidio da spiegare. Questo crea un’esperienza che unisce la domanda logica a una domanda emotiva, quella cioè su chi abbia ucciso la vittima. La letteratura parla di morbid curiosity, una tendenza a ricercare informazioni relative a morte, violenza o pericolo, nonostante la loro valenza negativa.
Il consumo di true crime e l’ansia
Uno studio pubblicato sul British Journal of Psychology ha individuato nella curiosità morbosa e nella cosiddetta defensive vigilance, il bisogno di acquisire informazioni utili a riconoscere e comprendere possibili minacce, alcune delle motivazioni associate all’interesse per storie di crimini reali. In Murdoku, questi due livelli finiscono per sovrapporsi: alla necessità cognitiva di chiudere una lacuna informativa si aggiunge la componente emotiva di un evento minaccioso.
Un’altra ricerca, pubblicata nel 2026 su BMC Psychology, ha registrato quotidianamente il consumo di true crime insieme ai livelli di ansia, rabbia e affettività positiva. I ricercatori non hanno trovato evidenze che il consumo complessivo di questi contenuti, né il tempo trascorso a guardarli o ascoltarli, anticipassero un aumento dell’ansia o della rabbia il giorno successivo. È emersa invece una relazione nella direzione opposta: livelli più elevati di ansia in un giorno erano associati alla scelta di contenuti true crime più violenti in quello seguente.
Le stesse ricerche aprono una strada interessante per comprendere il paradosso della regolazione emotiva. Con questa espressione si indica l’insieme dei processi attraverso cui moduliamo le emozioni che proviamo, la loro intensità e il modo in cui reagiamo a esse. Una delle ipotesi discusse dagli autori è che i contenuti spaventosi permettano di spostare l’ansia verso una fonte più prevedibile e controllabile: la minaccia esiste nella storia, ma chi la guarda sa di trovarsi al sicuro, sceglie volontariamente di entrarvi e conserva la possibilità di interrompere l’esperienza.
Questo principio è simile a quello studiato nella ricerca sulla cosiddetta recreational fear: confrontarsi volontariamente con una minaccia simulata può offrire uno spazio protetto nel quale mettere alla prova le proprie reazioni emotive. Nel caso del true crime questa rimane un’ipotesi da verificare meglio: gli stessi autori sottolineano che le associazioni osservate sono molto piccole e non costituiscono una prova di effetti benefici sulla salute mentale.
