Il divario digitale italiano: un ritardo che costa 30% in più sull’energia
L’Italia investe meno in tecnologie avanzate rispetto alla media europea, con conseguenze economiche significative.

Il 92% delle imprese italiane non ha un elevato livello di digitalizzazione, un dato che mette in luce un divario significativo rispetto alla media europea. Questo ritardo ha conseguenze economiche concrete, con le aziende che pagano l’energia fino al 30% in più rispetto alla media dell’Unione europea. La ricerca “Sbloccare il futuro: investimenti high-tech per la competitività italiana”, realizzata da TEHA, Amazon e AWS, evidenzia come il divario digitale possa frenare la competitività, la produttività e la capacità di attrarre nuovi capitali. Gli investimenti in settori ad alta intensità tecnologica, come cloud, intelligenza artificiale e cybersecurity, rappresentano solo l’1,3% del Pil italiano, contro il 1,9% medio dell’Unione europea.
Investimenti e produttività: un legame chiave
Secondo i dati analizzati, l’adozione dell’intelligenza artificiale è associata a un incremento della produttività del lavoro di circa il 4%, mentre i settori a maggiore intensità digitale hanno generato il 40% dei nuovi posti di lavoro nell’area Ocse tra il 2006 e il 2016. Tuttavia, il divario digitale resta particolarmente marcato tra le aziende di piccole dimensioni. Nel 2025, solo il 34% delle piccole imprese presenta un livello di intensità digitale alto o molto alto, rispetto al 61% delle medie e al 82% delle grandi. Per ridurre questa distanza, lo studio propone tre condizioni essenziali: un sistema energetico competitivo e affidabile, una maggiore capacità amministrativa e regolatoria, e una disponibilità più ampia di competenze tecniche e scientifiche.
La complessità normativa e il tempo di autorizzazione
Uno dei principali ostacoli per gli investimenti high-tech è il sistema energetico italiano. Nel 2024, il 74% dell’energia disponibile proviene dall’estero, contro il 57% della media europea. Le imprese italiane pagano l’energia fino al 30% in più rispetto alla media dell’Unione. La crescita delle fonti rinnovabili potrebbe ridurre questa dipendenza, ma i tempi autorizzativi per gli impianti fotovoltaici sono considerati eccessivamente lunghi e poco prevedibili. In media, per ottenere un permesso in Italia serve un anno e mezzo in più rispetto alla Germania, e durante l’iter il quadro normativo può cambiare tre volte.
La ricerca sottolinea come la complessità normativa e la mancanza di prevedibilità siano un fattore chiave per il ritardo italiano. In Italia sono in vigore circa 160 mila leggi, 23 volte più che in Francia, e una legge su cinque approvata nelle ultime legislature è rimasta inattuata in attesa dei relativi decreti attuativi. Le risorse pubbliche ferme a causa dei ritardi nell’attuazione ammonterebbero a circa 3 miliardi di euro. La complessità normativa ostacola gli investimenti e la crescita delle imprese.
Per sostenere gli investimenti, lo studio propone una semplificazione del quadro normativo, una maggiore stabilità del sistema regolatorio e una collaborazione più stretta tra sistema educativo, università e imprese. Valerio De Molli, CEO di TEHA Group, ha sottolineato l’importanza della semplificazione e della stabilità normativa per accelerare l’adozione dei decreti attuativi e ridurre la stratificazione delle norme. Inoltre, è necessario rafforzare gli ITS Academy, i percorsi STEM e i programmi di reskilling e upskilling, per garantire una maggiore disponibilità di competenze tecniche e scientifiche.
Un miglioramento dell’Institutional Delivery Index potrebbe portare a investimenti aggiuntivi fino a 27 miliardi di euro ogni anno. Per favorire una diffusione più ampia delle tecnologie, in particolare tra le PMI, la ricerca suggerisce l’introduzione di incentivi mirati all’adozione di intelligenza artificiale e cloud, e il rafforzamento dell’ecosistema delle startup attraverso venture capital, trasferimento tecnologico e procedure più rapide per l’attrazione dei talenti internazionali.
